Femminicidio Anguillara. Quando anche le parole uccidono: violenza, pietà e responsabilità nel tempo dei social

Un femminicidio brutale, una famiglia annientata, un bambino rimasto solo, una rete che trasforma il dolore in odio e gogna fino ad uccidere. La tragedia di Anguillara è uno squarcio sulla peggiore "cultura" del possesso e la fragilità delle relazioni, ma anche una denuncia della deriva dei social. Un appello a ritrovare pietà, responsabilità e umanità, a riscoprire parole “disarmate e disarmanti”, come auspicato dal Papa, per fermare la spirale della violenza

(Foto ANSA/SIR)
La tragedia che in questi giorni ha scosso l’opinione pubblica – un femminicidio, un doppio suicidio, una famiglia distrutta, un piccolo orfano di fronte all’orrore (qui l’intervista con lo psichiatra Tonino Cantelmi) – non è solo cronaca. È una ferita aperta che interroga la nostra coscienza collettiva. Non basta registrare l’orrore, né limitarsi a condannarlo. Occorre fermarsi, guardare più a fondo, chiederci che cosa questa vicenda riveli di noi, del nostro modo di vivere, reagire, giudicare.
E riconoscere che abbiamo bisogno di pietà, molto più di quanto crediamo.

La violenza che esplode dentro le mura domestiche è sempre un fallimento sociale, prima ancora che individuale. Ogni femminicidio è la punta dell’iceberg di una cultura del possesso che ancora fatica a riconoscere la dignità e la libertà delle donne, e di una società che spesso non sa intercettare i segnali di pericolo. Ma la tragedia non si esaurisce nell’atto violento: si propaga come un’onda che travolge tutti, anche chi non ha colpe. I genitori di Claudio Carlomagno, reo confesso dell’uccisione della moglie Federica, travolti dalla vergogna e dalla disperazione fino al suicidio, lo dimostrano in modo drammatico.

Quando il male esplode, non risparmia nessuno e spalanca un abisso in cui è facile sprofondare.

In questo scenario, la reazione dei social è un termometro impietoso del nostro tempo. Commenti feroci, insulti, giudizi sommari: la piazza digitale spesso non conosce pietà e si trasforma in una gogna mediatica. Eppure proprio la pietà – la capacità di riconoscere la sofferenza altrui, anche quando ci appare incomprensibile – è ciò che ci rende umani. Non significa minimizzare o giustificare il male, ma evitare di moltiplicarlo. Ricordare che dietro ogni storia ci sono persone, fragilità, dolori che non conosciamo.

La rapidità con cui l’odio si diffonde online dovrebbe spingerci ad una riflessione urgente: abbiamo bisogno di una responsabilità collettiva nell’uso delle parole. Perché le parole, soprattutto quando si abbattono su chi è già ferito, diventano un’arma che non lascia scampo.

Educare ad un uso consapevole dei social e a parole “disarmate e disarmanti” come chiede il Papa non è un dettaglio, ma una vitale necessità.

C’è però un’altra dimensione che spesso la cronaca ignora: la possibilità di rispondere al male con il bene. Una prospettiva che nasce dalla fede, ma che può parlare anche a chi non crede. Non significa, ancora una volta, negare l’orrore, ma piuttosto non lasciarsi trascinare dall’odio, non accettare che la violenza abbia l’ultima parola, non rinunciare alla speranza. Significa impegnarsi, ciascuno nel proprio piccolo, a costruire relazioni più sane, comunità più attente, contesti in cui chi si sente schiacciato da una sofferenza che toglie il respiro non venga lasciato solo.

Pietà, perdono, speranza non sono ingenuità o debolezza; sono scelte difficili, controcorrente, che richiedono coraggio. Ma sono le uniche capaci di spezzare la catena della violenza.

In un mondo sempre più incline a giudicare e a condannare, e sempre meno disposto a comprendere, coltivarle è un atto rivoluzionario. Le tragedie non possono essere cancellate. Le ferite e le macerie rimangono. Ma possono aiutarci a cambiare. Possono ricordarci che ogni vita è fragile, che ogni persona è un mistero, che ogni parola può ferire o guarire. E che la responsabilità di costruire una società meno violenta non appartiene solo alle istituzioni, ma a ciascuno di noi.

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