La recente Nota pastorale della Cei, che invita a “Educare a una pace disarmata e disarmante”, fondata sulla nonviolenza evangelica, cita tra gli altri il nome di Alexander Langer.
In un mondo segnato dalle guerre e da una nuova cultura delle armi, la Nota presenta la pace come processo attivo, che richiede giustizia, dialogo e conversione culturale. Famiglie, scuole e comunità cristiane sono chiamate a formare coscienze capaci di responsabilità, solidarietà e convivenza. Diversi gli spunti teorici e pratici per un tema che necessita di essere approfondito in riferimento all’attuale scenario globale.
Il nome di Langer lo troviamo alla fine del paragrafo dedicato a “Delegittimare la guerra: nonviolenza”. La sezione afferma l’inaccettabilità della guerra in quanto tale: non esistono guerre giuste, perché la violenza e la corsa agli armamenti producono mali maggiori di quelli che pretendono di combattere. Di fronte all’ingiustizia, la risposta è la nonviolenza attiva, che privilegia la vita e rifiuta di assumere i metodi del male. Radicata nel Vangelo, nella Costituzione italiana e in una tradizione civile e spirituale ampia, la nonviolenza è proposta come via trasformativa, capace di disarmare le persone e ricostruire la convivenza attraverso dialogo, responsabilità e impegno della società civile.
Il testo: “Anche in Italia la nonviolenza ha riferimenti importanti, in Aldo Capitini (1899-1968), che ne ha testimoniato tutta l’efficacia, in Alexander Langer (1946-1995), che ha operato per la cura della terra e la convivenza tra genti diverse. Riferimenti importanti per una prospettiva che sa attingere a molte fonti per costruire pace, favorendo dialogo e ascolto in ambiti diversi”.
Alex Langer ha proposto la nonviolenza non come uno slogan o una posizione di principio rigida, ma come una scelta “in profondità”, quotidiana e al tempo stesso problematica. La nonviolenza è prima di tutto un modo di stare al mondo: significa cercare il dialogo anche quando è difficile, rifiutare la logica del nemico, provare a trasformare i conflitti senza annientare l’altro. Era convinto, Langer, che solo così si potesse costruire una pace vera, non fondata sulla forza ma sul riconoscimento reciproco.
Questa convinzione nasceva dalla sua esperienza personale, partendo dall’Alto Adige, dove il conflitto tra gruppi linguistici gli fece capire quanto la violenza – anche quando si presenta come “difensiva” – finisca per irrigidire le identità e rendere impossibile la convivenza. Da qui la sua vicinanza ideale alla “convivialità delle differenze” di don Tonino Bello, strettamente legata alla nonviolenza: vivere insieme senza cancellare le differenze, ma nemmeno trasformarle in muri. “Un prato con molti fiori diversi è più bello di un prato dove cresce una sola varietà di fiori”, disse il vescovo di Banja Luka, da lui citato nel suo “decalogo per la convivenza”.
Langer non è stato un pacifista astratto. Diffidava delle posizioni puramente morali che si limitano a dire “no alla violenza” senza interrogarsi su come fermarla concretamente. Ciò emerse in modo drammatico proprio durante le guerre nella ex-Jugoslavia. Di fronte ai massacri e alle pulizie etniche, Langer rimase interiormente nonviolento, ma arrivò a riconoscere che un intervento armato internazionale, inteso come azione di polizia (su mandato delle Nazioni Unite) per fermare i crimini, poteva essere necessario. Non lo visse mai come una scelta giusta o rassicurante, bensì come una sconfitta della politica.
La sua posizione sulla nonviolenza, quindi, è segnata da una forte tensione: da un lato la fedeltà a un ideale etico molto alto, dall’altro la consapevolezza tragica dei limiti della realtà. Proprio questa tensione rende il suo pensiero attuale e umano: la nonviolenza, per Langer, non è una formula che risolve tutto, ma una responsabilità che obbliga a pensare, a soffrire e a non smettere mai di cercare alternative alla violenza. Di qui anche la concretezza del suo lavoro, per istituire corpi civili di pace europei, per sviluppare le istituzioni multilaterali e l’Unione Europea come strumenti efficaci per il mantenimento e la promozione della pace.