La tragedia di Crans-Montana ha lasciato un segno profondo non solo nelle famiglie coinvolte, ma in un’intera generazione di adolescenti improvvisamente esposta alla propria vulnerabilità e alla fragilità della vita. In questo scenario di shock collettivo, Noemi Grappone, psicoterapeuta e supervisore Emdr (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) dell’Associazione Emdr Italia, spiega al Sir che cosa accade al sistema nervoso di chi vive un trauma estremo, quali reazioni sono fisiologiche e quali rischi si corrono senza un supporto immediato e qualificato. Dalla psicologia dell’emergenza all’elaborazione terapeutica con l’Emdr, fino al modo corretto di parlare ai ragazzi: un percorso per comprendere e accompagnare la sofferenza, prevenendo cronicizzazioni future.

Noemi Grappone (Foto Giovanna Pasqualin/SIR)
Dottoressa Grappone, che tipo di evento è la tragedia di Crans-Montana dal punto di vista psicologico?
Si tratta di
un trauma acuto estremo, caratterizzato da uno stato di allarme continuo,
incertezza, mancanza di informazioni, attesa prolungata delle famiglie che blocca il tempo psicologico. Il sistema nervoso resta in iperattivazione, il cervello non riesce a “chiudere” nulla. Tutto rimane in sospeso e il pericolo viene percepito come sempre presente. È una condizione estremamente logorante che impedisce sia il mantenimento di una speranza realistica sia l’inizio di una vera elaborazione di quanto sta accadendo.
Come reagiscono i genitori in situazioni così estreme?
Possono manifestare uno stato di “spegnimento”, di anestesia emotiva, confusione, visione offuscata della realtà. Non si tratta di debolezza ma di reazioni neurobiologiche allo shock. In questo caso poi il trauma si intreccia con rabbia, ricerca di responsabilità e di colpevoli, bisogno di spiegazioni.
Quale, invece, l’impatto sugli adolescenti?
Nei ragazzi possono emergere il senso di colpa dei sopravvissuti e/o degli scampati (“potevo esserci io”) e una forte vulnerabilità.
Questo evento fa infatti venir meno in loro l’illusione di controllo, invulnerabilità e invincibilità tipica dell’adolescenza;
attiva paure, identificazioni, vissuti di colpa e un’improvvisa esposizione alla fragilità umana. Se non riconosciute e adeguatamente accompagnate, queste reazioni, tipiche di un trauma collettivo come questo, possono trasformarsi in ansia persistente, ritiro sociale o pensieri patologici che diventano modalità stabili di funzionamento organizzando vita emotiva e comportamenti.
Allora, quali interventi sono necessari fin dalle prime ore? Sto pensando all’accompagnamento delle famiglie sia negli ospedali per la fase di identificazione, sia nella fase di attesa in quel “tempo sospeso” senza notizie cui lei ha accennato.
Serve un supporto qualificato, proprio della psicologia dell’emergenza. In questa situazione di crisi non si può applicare una psicoterapia tradizionale: le persone coinvolte si trovano in uno stato di iperattivazione neurofisiologica. Per questo,
gli obiettivi prioritari immediati sono la regolazione del sistema nervoso, il contenimento emotivo, la prevenzione della dissociazione.
Si deve lavorare sull’orientamento alla realtà, su una percezione di sicurezza, su una presenza relazionale stabile.
Quali errori bisogna evitare in queste situazioni?
Occorre non forzare a parlare se c’è chiusura. Non minimizzare emozioni o reazioni. Non accelerare i tempi dell’espressione emotiva. Bisogna rispettare corpo, tempi e ambiente, accompagnando l’uscita graduale dallo stato di allerta.
Quando si può avviare un’elaborazione terapeutica vera e propria?
Solo dopo che iperattivazione e dissociazione si sono ridotte. A quel punto si possono utilizzare interventi clinici mirati come l’Emdr.
Come funziona concretamente l’approccio Emdr (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) e qual è il suo obiettivo?
L’Emdr aiuta a rielaborare ricordi traumatici rimasti “bloccati”. Utilizza una stimolazione bilaterale guidata che alterna lato destro e lato sinistro del corpo (movimenti oculari, suoni, tapping, ossia tocchi bilaterali alternati sulle mani o sulle gambe) per favorire l’integrazione tra i due emisferi cerebrali. Questo tipo di stimolazione aiuta a rielaborare in maniera più efficace i ricordi traumatici immagazzinati in modo disfunzionale, e soprattutto l’intensità emotiva associata, la percezione negativa su di sé (“sono impotente”, “sono in pericolo”, “avrei potuto fare di più”,) e i sintomi come iperallerta, evitamento, pensieri intrusivi.
Il ricordo non viene cancellato, ma integrato nella storia personale.
Perché è importante un intervento tempestivo?
Il trauma non è ciò che è accaduto, ma ciò che rimane nel sistema nervoso quando non viene aiutato a ritrovare sicurezza. Per questo,
intervenire tempestivamente riduce il rischio di cronicizzazione del trauma e di disturbi post-traumatici complessi.
L’Emdr può essere applicato ad adulti, ragazzi sopravvissuti o scampati e alle famiglie. È essenziale inoltre ricordare che il trauma può emergere subito, ma anche molto tempo dopo.
Come parlare dell’evento con i ragazzi, anche quelli non presenti ma “esposti” tramite i media?
Per loro questa tragedia porta alla dolorosa scoperta della propria vulnerabilità e di quella degli altri, e la non controllabilità della vita. Con gli adolescenti sono importanti sensibilità, rispetto e ascolto attivo. Meglio evitare monologhi informativi e favorire lo scambio, lasciare loro esprimere sentimenti ed emozioni. Occorre essere onesti, non nascondere la verità ma evitando dettagli crudi, adattando il linguaggio all’età e alla maturità emotiva. Non minimizzare le emozioni e non forzare la conversazione.
Quale messaggio è importante trasmettere loro?
Che chiedere aiuto non è debolezza. Parlare con un adulto di fiducia può fare una grande differenza anche per chi non è stato coinvolto direttamente.

