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Utero in affitto. Di Nicola: “Quando la complessità si riduce a slogan”

Di Nicola (sociologa) sull'utero in affitto: "Quel che sconcerta è che di fronte a simili problemi si proceda per slogan e manifestazioni festosamente inneggianti alla libertà individuale soffocando la legittima domanda: se e fino a che punto è possibile scavalcare la relazione materna naturale affidandola ai due Moloch: scienza e mercato?"

(Foto ANSA/SIR)

Di fronte a temi di carattere etico e socio-politico che decidono della vita e del futuro, colpisce la sicurezza di chi ha risposte sicure. La sensibilità contemporanea diffida di chi cavalca fronti di opposte ideologie, per mettere in guardia dal letale sovvertimento dell’etica, sottostimando le conseguenze di scelte che decidono di una pluralità di persone, a cominciare dal nascituro. I fronti contrapposti non sono sempre compatti: ecologisti contro e a favore, femministe contro e a favore (specie dopo la ‘fiera della fertilità’ di Milano e Parigi), destra e sinistra divise… La realtà è complessa e sfugge di mano.
Bisogna riconoscere che il legittimo desiderio di una coppia di avere bambini oggi di certo non è sostenuto, vittima di un sistema che sembra consentirlo solo a chi può far conto su un lavoro fisso, istruzione elevata, esperienza. Di fatto si allungano i tempi delle scelte di vita e l’età feconda finisce. Ma quando i presupposti per accogliere ci sono tutti e solo la natura si oppone allo sbocciare di una nuova vita, ecco che il desiderare di avere un figlio si trasforma a volte nel cuore di tanti uomini e donne, nel rivendicare il diritto al figlio ad ogni costo.

Inarrestabile l’aumentato ricorso alla fecondazione assistita e purtroppo anche alla gestazione per altri, che notoriamente non riguarda solo le coppie gay (negli USA si calcola che sono eterosessuali sette coppie su dieci, con un incremento annuo del 20%). Non è pensabile che basti un impedimento giuridico a invertire un trend che supera i confini nazionali, incoraggiato da un’opinione pubblica libertaria e da democrazie che si regolano sul conteggio dei voti molto più che sulla qualità delle proposte.

Il linguaggio si materializza e, come nella marxiana ‘forza lavoro’, parla di ‘prodotti selezionati e sicuri’, di ‘clienti’, di ‘successo delle ‘vendite’. I media documentano la realtà di “bambini oggetto di scambio mercantile”, di donne “fattrici contrattualizzate”, soggette a rischi per la salute a breve e lungo termine, per non parlare delle conseguenze di carattere psicologico ed etico. Il consenso è spesso non sufficientemente informato, i compensi non adeguati.

Viene sotto rappresentato il fatto che per innalzare gli indici di successo vengono trasferiti più embrioni nella madre surrogata. Si silenziano i rischi, da non assolutizzare, ma che pur ci sono, di morte di madri surrogate, l’aumento di parti cesarei e il prolungamento della degenza in ospedale (spese sanitarie ospedaliere 26 volte superiori), l’aumentata necessità di cure neonatali intensive, le complicazioni materne e perinatali, come diabete gestazionale, riduzione della crescita del feto, morte prematura, i casi di ipertensione e pre-eclampsia da gestazione per le donne gravide con ovuli di donatrici, la pressione endocranica conseguente al Lupron che prepara la madre surrogata a ricevere il trasferimento di embrioni.

Quanto ai nati attraverso surrogazione, è difficile calcolare se e quanto influisca l’interruzione intenzionale del legame con la madre biologica. Alcuni studi li considerano più soggetti ad essere sottopeso, registrano un aumento di 4-5 volte il numero dei nati morti, attestano che all’età di 7 anni questi bimbi mostrano maggiori difficoltà di adattamento e che da adulti possono risultare gravemente disorientati genealogicamente. Sconcertante il caso di quella donna (non certo l’unica) che, previo accordo contrattuale, si è fatta fecondare da un donatore e poi ha dato alla luce un figlio che non corrispondeva all’ideale auspicato dal committente e rifiutato da questi e dalla madre surrogante.

Il mercato, incurante dello sfruttamento delle disuguaglianze sociali e volto a premiare chi paga, incoraggia le industrie, i medici, i benestanti VIP (tra gli altri: Kim Kardashian a Nicole Kidman, Sarah Jessica Parker, Cristiano Ronaldo, Paris Hilton e fra le coppie omosessuali, Ricky Martin ed Elton John). Solo in India il mercato delle GPA vale oltre 2 miliardi di dollari l’anno e le ‘volontarie’ guadagnano tra gli 8.000 e i 9.000 dollari a gestazione (pari a dieci anni di lavoro di un operaio non specializzato).

Una donna per ragioni intuibili accetta di dare/vendere il corpo rinunciando al figlio, mentre un’altra acquista una maternità sociale e ne assume le obbligazioni; rinuncia ai legami genetici ma conta sul fatto che nella gestazione i piccoli non hanno cognizione della madre biologica, ma sviluppano la relazione con chi li sta portando.

Quel che sconcerta è che di fronte a simili problemi si proceda per slogan e manifestazioni festosamente inneggianti alla libertà individuale soffocando la legittima domanda: se e fino a che punto è possibile scavalcare la relazione materna naturale affidandola ai due Moloch: scienza e mercato? Sconcerta anche la posizione di non pochi gruppi di femministe ed ecologisti in contraddizione con se stessi: come si può sottovalutare il legame donna-madre se per anni ci si è concentrati a studiare la differenza di genere e sul privilegio-potere quasi religioso della donna madre? Domina il disorientamento e nel chiasso della piazza, prevale la stridula rivendicazione. Taglia corto l’inascoltata ministra Roccella: “la maternità surrogata è un mercato di bambini. La madre è quella che partorisce”.

Di fronte alle annose contrapposizioni tra natura e cultura, tra oggettività e soggettività, sembra indispensabile domandarsi se, quando e come i legami madre-figlio possono essere scissi senza danno. Il legislatore dovrà usare prudenza e discernimento. Quel che è certo è che se da una parte la natura non va senza l’opera degli uomini e delle donne, dall’altra tutti hanno il dovere di rispettarla e indirizzarla, se non altro perché se violentata, prima o poi si ribella e presenta il conto: “Natura non nisi parendo vincitur”.

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