Famiglia. Rebecca Bianchi: “La maternità mi ha arricchito artisticamente e umanamente”

Étoile al Teatro dell’Opera di Roma, classe 1990, sposata, con 4 figli, consiglia a giovani, colleghe e amici di “buttarsi nei propri sogni, ci si deve credere, poi piano piano la vita in qualche modo ti aiuta”. “Ai miei bambini - ci dice – insegno che tutto è un dono e ciò si vive attraverso la fede”

(Foto: famiglia Rende-Bianchi)

Trentadue anni, étoile del Teatro dell’Opera di Roma, moglie e mamma di quattro figli, l’ultimo, Giosuè, nato il 12 aprile. Il primo, Emanuele, compie 10 anni, la seconda, Margherita, 7, la terza, Dorotea, 3 e mezzo. Stiamo parlando della ballerina Rebecca Bianchi. Che non esclude di poter avere altri figli “anche se non è facile conciliare una carriera con la famiglia, vivendo in una città come Roma”. “Se potessi – confida al Sir -non mi dispiacerebbe, per me i bambini sono bellissimi. Non lo so, vedremo in futuro”. Nata a Parma, ma originaria di Casalmaggiore, un paese in provincia di Cremona, Rebecca, dopo aver partecipato a maggio alla seconda edizione degli Stati generali della natalità, ci racconta oggi la sua storia, che è una testimonianza di come sia possibile non rinunciare ad avere una famiglia numerosa, pur con una carriera impegnativa.

(Foto: Yasuko Kageyama)

Rebecca, sin da bambina aveva il sogno di fare la ballerina?

A dieci anni mi sono trasferita a Milano per studiare danza a livello professionale alla Scala, ma quando ho iniziato a fare danza, qualche anno prima, non pensavo di fare una carriera da ballerina, danzavo per passione. Ho iniziato per gioco, ma la mia insegnante mi ha consigliato di fare un’audizione alla Scala perché vedeva in me un talento e pensava che fossi sprecata in una piccola scuola che non mi avrebbe dato la preparazione adeguata. E, per gioco, con i miei genitori abbiamo deciso di tentare l’audizione che sapevo essere molto difficile. Poi l’audizione è andata bene, ho iniziato senza tante aspettative, gli esami andavano bene ogni anno. Mi sono trovata a 18 anni diplomata al Teatro alla Scala senza aver mai pensato che ce l’avrei fatta: credere di diventare ballerina in un corpo di ballo, avere un lavoro è difficile perché ci sono tanti passaggi complicati anche durante il percorso formativo. Poi sono arrivata a Roma, ho fatto un’audizione al Teatro dell’Opera, Carla Fracci mi aveva scelta, ma non era mia intenzione rimanere a Roma: avevo accettato il primo contratto perché avevo 19 anni e volevo subito iniziare a danzare in un corpo di ballo, ma mi sarebbe piaciuto poi andare all’estero, in Germania c’erano alcuni coreografi che mi sarebbe piaciuto sperimentare. Una volta arrivata a Roma, però, ho incontrato nel corpo di ballo quello che poi sarebbe diventato mio marito, Alessandro Rende, lui ballava al Teatro dell’Opera di Roma già da qualche anno. Dopo aver incontrato lui non ho voluto più fare audizioni in giro e la mia carriera è continuata al Teatro dell’Opera. Ci siamo sposati giovani, io avevo 22 anni e abbiamo avuto subito il primo bimbo e poco dopo la seconda. Quando sono tornata dalla seconda gravidanza a Teatro, è cambiata la direzione, è arrivata Eleonora Abbagnato, io ero tornata da pochi mesi dalla maternità e lei ha deciso di farmi ballare un ruolo importante, Giselle, poi sono stata nominata prima ballerina, dopo due anni sono stata nominata étoile del Teatro dell’Opera, dopodiché sono restata incinta della mia terza bimba: dopo 3 mesi dalla sua nascita ho ripreso a danzare. Ora ho avuto Giosuè e a luglio dovrei tornare a ballare.

Lei ha avuto subito i primi figli, ha temuto che potesse questo pregiudicare la sua carriera?

Forse, c’è stato un piccolo pensiero durante la prima gravidanza, perché non sapevo come si sarebbero trasformati il mio corpo e la mia vita, i miei impegni durante la giornata, ma una vera paura non l’ho mai avuta: quando si è giovani e si hanno i figli si è più inconsapevoli delle paure e dei problemi, questa è la mia esperienza. È così bello quando si rimane incinte, le paure vengono di più prima quando si deve pensare di avere un bambino o immaginare la propria vita con un figlio, però poi quando ho scoperto la gravidanza mio marito ed io eravamo felicissimi. La cosa bellissima è che dopo la nascita di Emanuele nel giro di pochissimo sono tornata in forma, ma soprattutto sentivo un’energia e una voglia di tornare a teatro e ballare, che è la mia passione: il lavoro è qualcosa di indispensabile per noi artisti e buttiamo dentro a quest’arte tutto quello che viviamo nella vita, se succede qualcosa di molto bello e di profondo, anche la nostra arte viene arricchita.

La maternità, invece di pregiudicare la mia carriera, mi ha dato qualcosa in più a livello artistico.

(Foto: Yasuko Kageyama)

Come riesce a conciliare il ruolo di étoile, di moglie e di mamma?

Mio marito mi aiuta molto. La mia famiglia di origine è lontana ma nei momenti difficili, quando non riusciamo ad organizzarci, ci vengono ad aiutare, anche mia mamma quando può scende quattro o cinque giorni. Penso sempre che la Provvidenza ci ha fatto avere degli aiuti: a volte abbiamo avuto baby sitter che da un momento all’altro se ne sono andate e quando devi preparare uno spettacolo non si possono saltare le prove; soprattutto per il ruolo che ricopro, non posso mancare quasi mai. Ma, alla fine, ci siamo sempre riusciti ad organizzare, a volte con amici e altre trovando immediatamente una sostituta della baby sitter. Penso che quando si ha coraggio poi gli aiuti si trovano. Alle mie colleghe e ad amici che aspettano ad avere figli o a prendere decisioni importanti perché temono di non farcela, dico che bisogna un po’ buttarsi nei propri sogni, ci si deve credere, poi piano piano la vita in qualche modo ti aiuta. Non rimaniamo mai totalmente soli.

C’è stato qualche momento particolarmente difficile, però, in cui ha pensato di “mollare” tutto?

A volte sì. L’ho pensato perché nei momenti in cui lavoro di più, torno a casa tardi la sera, dopo gli spettacoli,  e vedo i miei figli già addormentati, oppure ci sono volte che devo andare in Teatro alle 17 e, sapendo che tornerò tardi, i bambini piangono. Allora penso: “Faccio questi spettacoli e poi basta”. Ma alla fine vedo che i miei figli capiscono, anche se hanno dei momenti di fragilità perché sono piccoli. A loro a volte ho chiesto: “Vorreste che la mamma stia a casa o la vorreste vedere ancora che balla sul palco?”. Loro mi rispondono che devo ballare, è una cosa che fa felici anche loro. È bello perché mi vedono come mamma ma anche nel mio lavoro, il mio essere ballerina dà loro molta soddisfazione, perché in famiglia ogni soddisfazione, ogni traguardo raggiunto, dai figli o da noi genitori, è qualcosa che si condivide con gioia. Sapere che io sono felice quando ballo e venirmi a vedere per loro sono esperienze molto belle. Non voglio rinunciare al fatto che i miei figli conoscano una mamma che insegna, anche attraverso l’esempio, com’è la vita, che è fatta anche di lavoro, sacrifici, impegno, ma non per questo si toglie amore alla famiglia.

Il Teatro dell’Opera di Roma (foto: ANSA/SIR)

Riesce a coltivare il rapporto di coppia con suo marito?

Mio marito è il mio pilastro: se non ci fosse lui, forse non avrei avuto questo grande coraggio né la forza di ricominciare ogni volta.

Il fare lo stesso lavoro aiuta tanto sia nella gestione delle cose sia perché lui mi sostiene molto quando ho dei momenti un po’ difficili, quando sento la stanchezza, ho dei dubbi. Mi ama come donna e come ballerina. È un mio fan, vuole che balli e che balli bene. Quando non danzo bene, mi dice di riposarmi, cucina e si occupa lui dei bambini, vuole che porti bene a termine il mio ruolo di étoile. Anche ora mi incoraggia e mi dice che sarebbe contento se già quest’estate potessi ballare negli spettacoli, a lui piace vedermi ballare. Questo mi dà più volontà di tornare in teatro. So che mio marito non mi dice mai delle bugie, mi dice anche se una sera non ho ballato bene e mi aiuta a capire cosa c’è che non va, noi ci confrontiamo tantissimo sul nostro lavoro. Alessandro è anche maestro di danza, quindi mi aiuta, mi dà dei consigli. La cosa bella è che quando lasciamo i bimbi a scuola e andiamo al lavoro, abbiamo dei momenti per noi, condividiamo la pausa pranzo, non tutte le coppie riescono a farlo avendo magari lavori diversi, mentre la sera a casa con i bambini c’è tanta confusione e non si riesce a scambiare due parole in tranquillità. Noi ci ritagliamo questi momenti al lavoro che ci aiutano anche a stare un po’ tra di noi.

Tra tutti questi impegni riesce a vivere la sua fede?

Andiamo in parrocchia per quel che possiamo, ma cerco sempre di portare i bambini e anche noi quando riusciamo frequentiamo. Abbiamo anche parlato ai ragazzi della parrocchia raccontando la nostra storia familiare. Vorrei che anche i miei figli avessero una vita molto semplice, normale, frequentare la parrocchia, vivere la normalità di una famiglia e far capire loro che tutto quello che abbiamo come famiglia crediamo che sia un dono: per noi sono un dono i nostri figli, ma anche il talento che ci ha portato a fare questo lavoro. Tutto è un dono e ciò si vive attraverso la fede. Dobbiamo aiutare loro a capire che il filo rosso della nostra vita è sempre la nostra fede. E avere fede che c’è sempre il Signore che ci sostiene in tutto.

(Foto: Stati generali della natalità)

Che messaggio vuole lanciare ai giovani?

Come dicevo anche agli Stati generali della natalità, la famiglia è bella viverla anche da giovani, durante il proprio percorso di vita. Vorrei lasciare ai ragazzi il messaggio che

è bello costruire una famiglia, andare avanti nonostante tante difficoltà e impegni.

Anche in famiglia ci sono momenti difficili, però tutto questo non toglie che sia un’esperienza molto bella, che ti riempie e ti arricchisce e che ti aiuta a diventare una persona più completa, anche nel rapporto con gli altri. Essere madre aiuta a vincere l’egoismo, una madre si deve mettere a disposizione dei propri figli, questo è un esercizio di umiltà che fanno tutte le mamme ma che aiuta anche nella vita diventando più comprensive anche con gli altri, non solo con i nostri figli. La maternità e anche la paternità aiutano anche negli ambienti di lavoro, aiutano a comprendere tante situazioni e a renderci più umani e meno egoisti.

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