RomaFF15: in cartellone il dramma svedese “Tigers” sull’ex promessa dell’Inter Bengtsson e la commedia americana “Palm Springs”

All’Auditorium Parco della Musica si parla ancora di calcio, dopo il documentario “Mi chiamo Francesco Totti”: è “Tigers” film denuncia dello svedese Ronnie Sandahl, che ricostruisce l’ascesa del talento Martin Bengtsson, approdato all’Inter all’età di soli sedici anni. Un film che accosta la fragilità di giovani giocatori all’incapacità dei Club di assicurare il giusto accompagnamento in un’età così delicata. Di altro genere, nel segno della commedia irriverente, è lo statunitense “Palm Springs” di Max Barbakow, che arriva a Roma dal Sundance Film Festival

Quarto giorno alla 15a Festa del Cinema di Roma, domenica 18 ottobre. All’Auditorium Parco della Musica si parla ancora di calcio, dopo il documentario “Mi chiamo Francesco Totti”: è “Tigers” film denuncia dello svedese Ronnie Sandahl, che ricostruisce l’ascesa del talento Martin Bengtsson, approdato all’Inter all’età di soli sedici anni. Un film che accosta la fragilità di giovani giocatori all’incapacità dei Club di assicurare il giusto accompagnamento in un’età così delicata. Di altro genere, nel segno della commedia irriverente, è lo statunitense “Palm Springs” di Max Barbakow, che arriva a Roma dal Sundance Film Festival. Il punto sul terzo giorno di Festival con la Commissione nazionale valutazione film Cei e l’agenzia Sir.

“Tigers”

Dall’emozione trascinante ai sentieri del dramma. Seguono due diversi binari i film sul mondo del calcio passati alla Festa del Cinema di Roma. Sul primo, il documentario omaggio alla figura di Francesco Totti firmato Alex Infascelli, ci siamo già soffermati in precedenza; il secondo, “Tigers”, è in cartellone domenica 18 ottobre con una proiezione condivisa tra Festa del Cinema e Alice nella Città, sezione autonoma di taglio educational. E se nel doc su Totti si esplorano tutte le sfumature dell’amore per il calcio, in “Tigers” emergono invece toni contrapposti, persino dolorosi: da un lato una passione totalizzante, quasi ossessiva, dall’altro un sistema vorticoso che macina giovani esistenze pur di far girare la palla e il suo mercato. È tratto da una storia vera “Tigers” – dal romanzo autobiografico “In the Shadow of San Siro” –,quella dell’ex promessa svedese Martin Bengtsson, che viene notato in Svezia all’età di sedici anni e portato a Milano con un super contratto per giocare nella Primavera dell’Inter, in attesa di fare il salto di qualità in prima squadra. Martin (Erik Enge) arriva nel capoluogo lombardo pieno di aspettative, lui che sogna il mondo della serie A e soprattutto di militare tra le file dell’Inter sin dalla prima infanzia. Tutto appare sulle prime magico, ma piano piano che passano i giorni, tra allenamenti e residenza condivisa con gli altri giocatori, le cose assumono contorni diversi: Martin si sente solo, isolato, incapace di comunicare. La competizioni tra i giovani è ruvida, persino tagliente: è più facile essere sbattuti fuori che accedere alla prima squadra. Martin vorrebbe integrarsi, ma la pressione è schiacciante; neanche l’amore per la giovane modella svedese Vibeke (Frida Gustavsso) riesce a placare quella sua irrequietezza mista a solitudine fagocitante.
Un film denuncia sui mali del pallone, duro ma dalle sfumature anche positive, educative. Così è “Tigers”, che ci racconta la parabola del giovane Martin cresciuto a pane e calcio, una crescita dove l’ostinazione si confonde con l’ossessione. Martin sogna, idealizza, un mondo e quando si trova al suo cospetto va letteralmente in frantumi. Un’opera che mette a tema pertanto le non poche preoccupazioni su come vengono gestite le Primavere dei grandi Club, a caccia di giovani promesse da spremere per forgiare l’atteso campione. Triste è però il futuro per quelli che restano, che non ce la fanno, che passano come scarti, come semplici danni collaterali. Il regista Sandahl – autore anche della sceneggiature di “Borg McEnroe” (2017) – a ben vedere punta un faro non contro tutto il calcio, ma con la parte malata di esso, quella che vede nei giocatori non esseri umani bensì mezzi da profitto.
Martin Bengtsson non ha retto alla pressione, alla fine però è riuscito a fare un passo laterale, mettendo la vita al primo posto. Un film che appare nel complesso rigoroso, serrato, condotto con una bella tensione narrativa, amplificata anche dalla forza espressiva dell’interprete Erik Enge. Nel racconto la carica educational viene proprio dalla forza di cambiare, di rialzarsi dalle sconfitte e provare a dare senso al proprio domani, riscrivendolo. Dal punto di vista pastorale “Tigers” è da valutare come complesso, problematico e adatto certamente per dibattiti.

“Palm Springs”

Guardando “Palm Springs” si pensa subito alla commedia “Ricomincio da capo (“Groundhog Day”, 1993) diretta Harold Ramis, con un sorprendente Bill Murray in coppia con Andie MacDowell. “Palm Springs” di Max Barbakow è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma sull’onda dell’accoglienza positiva all’ultimo Sundance Film Festival. Cosa accomuna dunque i due film? Il meccanismo narrativo, ovvero l’idea in cui il protagonista è chiamato a rivivere in maniera ciclica lo stesso giorno fino a che non scopre come rimediare, facendo anche un esame di coscienza su se stesso. “Palm Springs” in breve: Nyles (Adam Samberg) rivive da tempo la stessa giornata in un resort di Palm Springs dove si sta celebrando un matrimonio; in questa stramba routine riesce a coinvolgere la damigella d’onore Sarah (Cristin Milioti), con cui intreccia prima una spumeggiante amicizia e poi l’amore… Con un umorismo frizzate, a tratti grottesco, Max Barbakow rilegge il concept del film con Bill Murrey in chiave inedita e attuale. Un’opera che si presenta come un colorato fuoco d’artificio, un viaggio alla ricerca di sé e del proprio domani, con all’interno raccordi comici a ripetizione, simpatici sì ma non sempre ben calibrati. Come ci racconta Massimo Giraldi, presidente della Commissione nazionale valutazione film CEI: “Il film di Barbakow comincia come il resoconto di un incerto rapporto di coppia ed evolve verso una frenetica girandola di varianti narrative. Disordinato e contraddittorio, ‘Palm Springs’ scrive pagine di una quotidianità fragile, facendo su e giù nella frenetica vita di una coppia incapace di capire la propria identità. Divertente, irriverente, folle, il film corre veloce lungo i sentimenti malati della vita americana (californiana) di oggi”. Dal punto di vista pastorale il film “Palm Springs” è da valutare come complesso e segnato da superficialità. Può essere indicato per dibattiti sul bisogno di relazioni e di prossimità, ma solo per un pubblico adulto.

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