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Geopolitica. Nerozzi: “I vecchi schemi non valgono più. E l’Europa deve cambiare”

Siamo di fronte a “una rottura nel sistema delle relazioni internazionali uscito dalla Seconda guerra mondiale”. Le istituzioni multilaterali abbandonate al loro destino, i diritti umani feriti, mentre avanza un nuovo ordine basato sui rapporti di forza… Secondo lo studioso dell’Università Cattolica l’Ue deve “dotarsi di una reale capacità di decisione comune in materia di politica estera, sicurezza e difesa”, con un maggiore grado di integrazione. E occorre reinterpretarne il patrimonio culturale e spirituale dell'Europa “per metterlo a servizio di un progetto di convivenza e di civiltà”

(Foto Parlamento europeo)

Putin e Trump, Israele e Hamas, il Venezuela, l’Iran e la Groenlandia… La cronaca internazionale impone figure e temi attorno ai quali si misura un profondo “cambiamento d’epoca”. Anzi, ogni giorno si è spiazzati dagli avvenimenti che si succedono, da parole e decisioni che fino a ieri non avremmo nemmeno immaginato. Ne parliamo con Sebastiano Nerozzi (nella foto), professore ordinario di Storia del pensiero economico presso l’Università Cattolica di Milano. Nerozzi è segretario del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali dei cattolici in Italia e fra i promotori e gli estensori del Codice per una nuova Europa.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Professore, esiste una chiave di lettura per orientarci in questa fase storica?
La chiave di lettura è quella di un cambiamento profondo, anzi, una vera e propria rottura, nel sistema delle relazioni internazionali uscito dalla Seconda guerra mondiale. Questo significa che parole come “alleanza”, “cooperazione”, “istituzioni internazionali”, “diritti umani”, “diritto internazionale” vengono fortemente depotenziate e devono essere totalmente ripensate. Le alleanze perdono il loro carattere di relazioni stabili di lungo termine focalizzate su un sistema ampio e coerente di materie, per essere sostituite da accordi a breve termine, funzionali a specifici interessi e limitati a singole questioni. La cooperazione fra Paesi è limitata al raggiungimento di finalità immediate e disegnata secondo linee fortemente asimmetriche. Le istituzioni multilaterali sono abbandonate al loro destino, apertamente dileggiate e sostituite da coalizioni convocate dalla superpotenza egemone sulla base di obiettivi e meccanismi decisionali che ne esaltano il potere di comando più che la capacità di persuasione e una visione condivisa. Diritti umani e diritto internazionale sono apertamente scavalcati oppure invocati in modo selettivo e strumentale, per legittimare ex-post l’uso della forza al servizio dell’interesse nazionale. In generale le forme tipiche della diplomazia vengono abbandonate in favore di una ostentazione della propria forza economica, tecnologica e militare per ottenere vantaggi e compensazioni che alimentano il consenso del leader in patria e assecondano gli interessi di imprese, cordate affaristiche ed élite sociali ad esso legati. Una politica di potenza estera al servizio di una deriva autoritaria interna che baratta la riduzione degli spazi di democrazia in cambio di promesse di sicurezza e benessere economico in realtà riservato a pochi.

Una questione pare assodata: l’eurocentrismo, semmai fosse esistito, è terminato. E l’Europa – che, va riconosciuto, complessivamente rimane terra di democrazia, diritti e sviluppo – appare spiazzata, afona, imbrigliata. L’Unione europea può ancora avere un ruolo sulla scena internazionale? Quali i passi da intraprendere in tal senso?
L’Unione europea può ancora avere un ruolo sulla scena internazionale, ma non per inerzia né per semplice evocazione del proprio passato. Deve piuttosto riconoscere che il contesto in cui era riuscita a esercitare influenza – un ordine multilaterale relativamente stabile, fondato su regole condivise e sulla progressiva integrazione economica – è profondamente mutato. In questo nuovo scenario l’Europa rischia l’irrilevanza non tanto per mancanza di risorse, quanto per l’assenza di una visione politica comune e di strumenti adeguati a sostenerla. Il primo passo è dunque politico: superare l’illusione che la forza normativa e l’attrattività del proprio modello siano sufficienti in un mondo sempre più strutturato intorno a rapporti di potenza. Questo implica dotarsi di una reale capacità di decisione comune in materia di politica estera, sicurezza e difesa, riducendo il peso dei veti nazionali e accettando un maggiore grado di integrazione sovrana. Senza una credibile capacità di deterrenza e di proiezione, l’Europa continuerà a essere un attore prevalentemente reattivo. Al tempo stesso, il ruolo europeo non può essere una semplice imitazione delle logiche di potenza altrui. La sua specificità potrebbe risiedere nella capacità di coniugare interessi e valori, pragmatismo e tutela di beni pubblici globali, a partire dal commercio, dal clima, dalla regolazione tecnologica e dalla cooperazione allo sviluppo. Ma perché questa ambizione non resti retorica, è necessario investire in strumenti comuni, parlare con una sola voce e accettare che l’unità abbia un costo politico immediato: ciò rappresenta l’unica possibilità di contare nel medio-lungo periodo.

Sicurezza e difesa, economia e welfare, sfida digitale, crisi demografica, pressioni migratorie, cambiamento climatico: sono solo alcuni dei dossier sul tavolo del leader europei. A suo avviso, quali sono le prime e reali urgenze cui porre mano?
Le urgenze che i leader europei si trovano ad affrontare non sono compartimenti stagni, ma elementi interconnessi di una stessa crisi strutturale. La sicurezza esterna e interna, la sostenibilità dei sistemi di welfare, la competizione economica e tecnologica, la transizione ecologica, la crisi demografica e la gestione dei flussi migratori si alimentano reciprocamente e non possono essere affrontate efficacemente a livello puramente nazionale. La prima urgenza è riconoscere questa interdipendenza e tradurla in politiche comuni stabili, non emergenziali. In particolare, sicurezza e difesa non possono più essere pensate come un ambito separato dalle politiche industriali, tecnologiche ed energetiche. Investire in autonomia strategica significa rafforzare la capacità produttiva europea, ridurre dipendenze critiche, sostenere l’innovazione e proteggere la coesione sociale.

Si possono dunque immaginare risposte comuni a problemi comuni?
Risposte comuni a problemi comuni sono non solo possibili, ma necessarie. Tuttavia, richiedono un salto di qualità nella solidarietà interna e nella condivisione dei costi e dei benefici dell’integrazione. Questo vale in modo particolare per la gestione delle migrazioni e per le politiche sociali, dove l’assenza di soluzioni europee alimenta tensioni interne e narrazioni nazionaliste. Senza un rafforzamento del pilastro sociale dell’Unione, il progetto europeo rischia di perdere legittimità proprio mentre avrebbe più bisogno di consenso. In questa linea si muove il Codice per una nuova Europa recentemente formulato da un gruppo di 120 studiosi ed esperti e presentato a settembre 2025 nel Monastero di Camaldoli. Il Codice propone che un gruppo di Stati aprano una fase costituente per la creazione di un’autentica federazione. Non è possibile, infatti, oggi pensare a un governo federale che raccolga fin da subito tutti i 27 paesi della Ue. D’altra parte, la formazione di un nucleo federale fra alcuni Paesi non è in contraddizione con la partecipazione all’attuale Unione europea e agevolerebbe il necessario allargamento della stessa Ue ad altri Paesi (Ucraina in primis). La federazione stessa sarebbe nucleo attrattore, aperto alla collaborazione con tutti e all’inclusione di quanti vorranno aderirvi.

Non ultimo: è possibile “pescare” nel patrimonio culturale e spirituale dell’Europa elementi utili – e valori condivisi – per decifrare questa nostra epoca e magari individuare possibili “vie d’uscita”?
Attingere al patrimonio culturale e spirituale dell’Europa non significa rifugiarsi in una nostalgia identitaria né rivendicare una presunta superiorità morale. Significa piuttosto recuperare alcune categorie di pensiero che storicamente hanno consentito al continente di affrontare crisi profonde: il valore del limite, la centralità e inviolabilità della persona umana, l’importanza del dialogo e della partecipazione, l’idea che il potere debba essere sottoposto a regole e che il conflitto possa essere istituzionalizzato anziché assolutizzato. In un’epoca segnata dalla brutalizzazione del linguaggio politico e dalla riduzione della complessità a slogan, questa tradizione può offrire strumenti critici preziosi. L’idea di pluralismo, l’importanza della ricerca della verità attraverso il dialogo e il confronto di esperienze diverse, la tensione – mai completamente risolta – tra libertà e giustizia sociale sono elementi che possono ancora orientare l’azione politica e impedire derive autoritarie presentate come inevitabili. Le “vie d’uscita” non risiedono quindi in un ritorno al passato, ma nella capacità di reinterpretare questo patrimonio per metterlo a servizio di un progetto di convivenza e di civiltà. Un’Europa che sappia riconoscere la propria fragilità, senza rinunciare ai propri principi fondamentali, potrebbe offrire non un modello da imporre, ma uno spazio politico in cui potenza e responsabilità tornino a essere tenute insieme. È una scommessa difficile, ma probabilmente l’unica coerente con la storia e con le ambizioni dichiarate del progetto europeo.

 

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