In occasione della Giornata della Memoria, celebrata ieri 27 gennaio, il compositore e musicista israeliano Amit Weiner terrà un concerto a Roma, organizzato dalla Ambasciata di Israele presso la Santa Sede, dal titolo “Music in Times of Tragedy”. Si tratta di una profonda riflessione ‘in note’ sul valore della musica creata durante la Shoah e sul suo significato per il nostro presente. Da oltre tredici anni, infatti, Weiner porta nei teatri e nelle sale da concerto di tutto il mondo “Music in Times of Tragedy”, un progetto dedicato ai compositori ebrei assassinati nei campi di sterminio nazisti. Un dialogo intenso sul potere dell’arte come resistenza spirituale, memoria viva e testimonianza contro ogni forma di annientamento dell’umano. “Restituire voce a queste opere significa lottare contro il tentativo nazista di distruggere lo spirito e la cultura di un popolo”. Sul tema il Sir ha intervistato il compositore.

Amit Weiner
Maestro, cosa l’ha spinta a ‘realizzare’ questo concerto attorno a compositori la cui vita è stata spezzata dalla Shoah?
Questo concerto, Music in Times of Tragedy, è interamente dedicato a compositori ebrei assassinati durante la Shoah. Ho scelto di dedicare a questa musica non solo il concerto, ma un progetto che porto avanti da tredici anni, perché credo che far conoscere al pubblico di tutto il mondo la musica scritta nel periodo più oscuro della storia dell’umanità permetta di comprendere la forza profonda che la musica può avere nei momenti di crisi, violenza e guerra. In quelle circostanze la musica non era una forma di intrattenimento leggero o consolatorio: era un mezzo di sopravvivenza. Esiste un’iscrizione profondamente toccante, risalente al Ghetto di Varsavia, stampata su un manifesto dell’Orchestra Sinfonica Ebraica del ghetto, che recita: ‘La musica è più importante del pane, soprattutto nei tempi in cui sembra non servire a nulla’.
Cosa la colpisce di questa frase?
Mi colpisce profondamente perché esprime con esattezza ciò che la musica — e l’arte in generale — rappresentava per le persone in quel periodo: nutrimento per l’anima e per lo spirito.
Ed è proprio l’anima e lo spirito del popolo ebraico che i nazisti cercarono di distruggere. Non ci sono riusciti. Il fatto che questa musica esista ancora oggi, che possa essere eseguita e riportata in vita, è la prova vivente di quel fallimento.
Considera questo concerto più come un atto di memoria o come un gesto artistico contemporaneo?
Lo vedo in entrambi i modi. Da un lato è un evento di memoria, dedicato ai compositori e alle loro tragiche vicende personali, che racconto durante ogni esecuzione. Dall’altro è anche un evento artistico contemporaneo, che restituisce vita nuova a musiche scritte quasi ottant’anni fa. La musica ha la capacità di rinascere ogni volta che viene eseguita. Per me, come musicista, questa è la sua forza immensa: la musica non muore mai davvero finché qualcuno la suona di nuovo. Portando questa musica in tutto il mondo e collaborando con musicisti locali — in Paesi come Cina, Singapore, Vietnam, Myanmar, Russia, Budapest, Svizzera e molti altri — sento che stiamo compiendo due gesti insieme: ricordiamo questi compositori e le loro storie, e allo stesso tempo realizziamo la loro eredità, permettendo alla loro musica di vivere per sempre, nonostante il tentativo nazista di cancellarla.
In che modo la musica riesce a comunicare la Shoah là dove la sola narrazione storica non basta?
Credo che siano proprio la musica e la cultura create in quegli anni a toccare così profondamente il pubblico di oggi. Lo constato ovunque io porti questo progetto. Spesso le persone pensano di sapere già tutto sulla Shoah — le atrocità, gli orrori — ma non conoscono la musica, la dimensione positiva e spirituale dell’anima umana. Non sanno che cosa è accaduto a quella parte dell’umanità in quegli anni. Raccontare questa storia attraverso la musica la rende intensamente emotiva, perché la musica agisce direttamente sul cervello, senza bisogno di parole.
Che impatto ha questa musica sul pubblico che partecipa ai suoi concerti?
La mia esperienza è che il pubblico è sempre profondamente commosso, spesso fino alle lacrime. È accaduto anche con alti diplomatici, ambasciatori e consoli, che dopo i concerti mi hanno avvicinato in lacrime, dicendomi che si trattava di una delle esperienze più toccanti mai vissute nel loro percorso diplomatico. Questo accade perché la musica possiede una straordinaria capacità di raccontare una storia che va oltre le parole.

Ingresso di Auschwitz (Foto SIR)
La Shoah ha cercato di mettere a tacere per sempre questi compositori. Che cosa significa oggi restituire loro una voce?
Restituire una voce a questi compositori e permettere che la loro musica venga ascoltata oggi significa fare esattamente l’opposto di ciò che i nazisti tentarono di realizzare. Essi volevano annientare non solo le vite umane, ma anche lo spirito umano: il popolo ebraico nel suo insieme, la sua cultura e la sua vita spirituale.
Pur avendo assassinato sei milioni di ebrei, i nazisti non sono riusciti a distruggere lo spirito del popolo ebraico, né la sua cultura e la sua musica, compresa quella nata in quegli anni.
Il fatto che questa musica esista ancora, che venga eseguita e riviva oggi, è la prova concreta che quel progetto di annientamento non ha vinto.
C’è una storia che l’ha colpita di più durante la ricerca musicale e biografica per Music in Times of Tragedy?
La vicenda che mi ha segnato più profondamente è quella della compositrice Ilse Weber, l’unica donna di cui abbiamo testimonianza tra i compositori della Shoah. Ilse lavorava come infermiera nell’ospedale pediatrico del campo di concentramento di Theresienstadt, dove scriveva canzoni come ninne nanne per i bambini. La sua musica è sorprendentemente gioiosa e ottimista, molto semplice, spesso in tonalità maggiore, anche quando descrive gli orrori quotidiani del campo. Questo contrasto — tra melodie luminose e una realtà di sofferenza estrema espressa nei testi — colpisce come un pugno allo stomaco. Ogni volta che ascolto una sua canzone, mi commuovo fino alle lacrime. Ilse Weber e suo figlio Tommy furono assassinati insieme ad Auschwitz, nello stesso giorno.
Ascoltando oggi questa musica, quale monito o insegnamento può offrire al mondo contemporaneo?
Credo che il messaggio che questa musica rivolge al nostro mondo sia semplice e chiarissimo. Gli esseri umani sono da sempre attratti dalla violenza; sembra quasi inscritta nella nostra natura, e mi addolora profondamente constatare che guerre e conflitti continuino ancora oggi. Ma accanto a questo esiste un’altra dimensione dell’essere umano. Se una parte di noi tende alla violenza, l’anima e lo spirito sono invece naturalmente orientati verso la musica, l’arte, la creazione. Questa è l’altra metà di ciò che siamo.
La nostra ombra è la violenza; la nostra luce è la musica, la cultura, la capacità di toccare il cuore degli altri attraverso l’arte e la creatività umana.
Soprattutto nel tempo presente, segnato da conflitti e aggressioni, credo che la musica possa aiutare le persone a comprendere ciò che conta davvero e a influenzarsi reciprocamente in modo positivo, non attraverso la paura o l’odio, ma attraverso la bellezza e l’umanità condivisa.

