Kherson, il monastero che resiste: padre Ignatius racconta la vita accanto alla popolazione civile

A Kherson, città ucraina a quattro chilometri dalla linea del fronte, i padri basiliani restano accanto alla popolazione. Tra bombardamenti, assistenza spirituale, aiuti umanitari e il battesimo di un bambino, il monastero di San Volodymyr il Grande diventa segno di speranza e resistenza civile e religiosa in una terra ferita dalla guerra

Kherson, il battesimo del piccolo Nazar (Foto Moskalyuk)

“Attualmente la situazione a Kherson sta diventando sempre più tesa, perché i russi intensificano continuamente gli attacchi contro la città. Non colpiscono più soltanto obiettivi militari, ma a soffrire in modo significativo è anche la popolazione civile. Per questo la situazione è drammatica”. E’ padre Ignatius Moskalyuk, rettore del monastero basiliano di San Volodymyr il Grande, a parlare. I padri basiliani hanno scelto di rimanere in questa città ucraina che si trova a soli quattro chilometri dalla linea del fronte; il monastero dista appena sei chilometri. Una presenza che nel tempo è diventata una vera e propria “roccaforte del bene”. Oggi in città risiedono circa 20–25 mila persone. Prima della guerra Kherson contava circa 380 mila abitanti. “Ora sono rimasti soprattutto gli anziani, che non hanno né la possibilità né i mezzi per andarsene”, racconta il religioso. “Accanto a queste persone anziane è stato necessario che qualcuno della famiglia rimanesse per prendersi cura di loro. E poi ci sono le famiglie numerose che non avevano un altro posto dove andare”. Un grande problema è la mancanza di lavoro in città. Questo rende la vita difficile ai più giovani, che hanno bisogno di un’occupazione per poter mantenere se stessi e le proprie famiglie. Questa è una delle maggiori difficoltà a Kherson.

“Eppure, nonostante tutto, la città continua a vivere”.

(Foto padre Ignatius Moskalyuk)

In mezzo alla guerra, anche il monastero è “un miracolo”, un segno di resistenza e di speranza. “Grazie a Dio, è rimasto intatto e non ha subito danni nonostante ci siano stati diversi colpi e sono caduti razzi e mine nelle nostre vicinanze”, racconta padre Ignatius. “A volte io stesso mi chiedo se non si tratti davvero di un miracolo. Il 20 dicembre scorso, un razzo è esploso a due metri dalla recinzione del monastero, che è rimasta intatta. Come si può spiegare una cosa del genere? È impossibile”, dice il religioso che aggiunge: “All’inizio della guerra ho affidato il nostro monastero alla protezione di san Giuseppe. Davvero, ormai da quattro anni, san Giuseppe si prende cura del nostro monastero”.

(Foto padre Ignatius Moskalyuk)

Prima dell’inizio del conflitto, il monastero si era dotato di pannelli solari, che oggi permettono ai religiosi di disporre di una piccola quantità di energia elettrica autonoma. Nel 2024 è stato inoltre realizzato un pozzo profondo 98 metri, garantendo una risorsa idrica essenziale. “Oggi persone da tutta la città vengono al monastero per prendere acqua artesiana pulita da bere”. Accanto all’assistenza spirituale per la popolazione di Kherson e dei villaggi circostanti, il monastero è diventato così anche un centro di missione umanitaria: arrivano e vengono distribuiti aiuti sia in città sia nelle zone rurali vicine. Ogni domenica vengono preparati pasti caldi per circa 150 persone. “Desidero ringraziare gli amici dall’Italia – dice padre Ignatius –: sia gli italiani sia gli ucraini che vivono in Italia ci hanno sostenuto, permettendoci di aiutare la popolazione di Kherson. Un grazie di cuore”.

Kherson, il battesimo del piccolo Nazar (Foto Moskalyuk)

Recentemente, nel monastero, padre Ignatius ha celebrato il battesimo di un bambino di tre anni di nome Nazar. “È una storia che mi ha profondamente commosso”, confida. “I genitori sono originari di Kherson. Allo scoppio della guerra sono fuggiti a Odessa, dove hanno trovato lavoro e una casa. Lì è nato il loro bambino. Eppure, nonostante a Odessa non manchino le chiese, hanno deciso con coraggio di tornare a Kherson per battezzare il figlio nella loro città, nella loro chiesa. Questo gesto dimostra quanto le persone amino ancora la loro città e questo tempio. Questo bambino è una speranza per l’Ucraina, come tutti i bambini che nascono durante la guerra. Anche se la situazione è critica, la vita continua. E diventa segno di speranza”.

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