“Anche l’Italia non è stata risparmiata”. Sono le prime parole che il vescovo di Sion, mons. Jean-Marie Lovey, dice al Sir. Raggiunto al telefono racconta le prime ore vissute a fianco della comunità di Crans-Montana sconvolta dall’incendio che alla fine dell’anno ha devastato un noto locale della cittadina svizzera provocando morti e feriti. Soprattutto adolescenti e giovani. Il bilancio delle vittime è purtroppo ancora provvisorio. Sono almeno 47 i morti e 112 i feriti (107 identificati). E come evidenziava il vescovo, sono sei gli italiani dispersi e 13 i feriti in ospedale. La diocesi di Sion fa sapere che domenica 4 gennaio il vescovo Lovey presiederà e celebrerà una Messa nella chiesa di Crans, in suffragio delle vittime. E’ stato anche annunciato che la chiesa di Crans resterà aperta tutto il giorno oggi, 2 gennaio, per dare la possibilità a chi lo desidera di fermarsi per l’adorazione eucaristica. Domani, sabato 3 gennaio, dopo la Messa delle 18, verrà recitato un rosario. 400 persone, soprattutto giovani, hanno preso parte il 1 gennaio ad una messa celebrata dal vescovo nella chiesa di Crans, in suffragio delle vittime e in preghiera per i feriti e le famiglie.
Eccellenza, lei nelle prime ore successive alla tragedia ha celebrato una messa a Crans-Montana. Cosa avete detto nell’omelia?
Ho cercato innanzitutto di dire a tutti che questa tragedia la stiamo vivendo insieme. Quella notte avrebbe dovuto condurci gioiosamente verso il nuovo anno ma è stata segnata da una tragedia che non riguarda solo la città turistica del Montana o le parrocchie circostanti, non solo il nostro cantone, ma l’intero Paese e persone di altri Paesi.
E’ un evento talmente enorme nella sua dimensione che si avverte un bisogno istintivo di unirci per sopportare l’insopportabile. Perché quello che è successo, è insopportabile.
C’è quindi ora la necessità di riunirci, anche senza dire nulla, anche solo per guardarsi negli occhi. E poi, ho cercato di dire che la fede cristiana ha anche un nome sulla sofferenza, sul dolore e sulla morte e ci spinge ad andare verso chi lungo il nostro cammino soffre. Questo è il cuore del Vangelo. La Chiesa è una comunione, una famiglia. Tende la mano ai più vulnerabili, ai più feriti. E alle famiglie e a tutti coloro sono direttamente colpiti e hanno bisogno di sentire la nostra solidarietà.

Può raccontarci cosa ha visto ieri a Crans-Montana?Non sono andato sul luogo del disastro. Ma quello che ho visto è stata una chiesa gremita, piena di gente, soprattutto molti giovani. Alcuni erano andati sul luogo della tragedia o sicuramente conoscevano ed erano amici dei giovani feriti o morti. Dopo la messa, la gente è rimasta sul sagrato, attorno ad vin brulé caldo. Ho visto una folla che aveva bisogno di parlare, che aveva bisogno di sentirsi ascoltata, capita, che aspettava parole di conforto. E’ stato qualcosa di molto…
Commovente?
Sì, di molto commovente. Le vittime sono per lo più giovani, addirittura adolescenti di 16, 17 anni.
Cosa ha pensato quando ha saputo della tragedia?
Il primo sentimento è stato di incredulità, il dire no, non è possibile.
I giovani stavano festeggiando. C’era sicuramente un clima gioioso, sano, bello, di festa. Come possono accadere simili tragedie e distruggere tutto? Questa è stata forse la mia prima reazione. E poi, naturalmente, ho pensato subito alle famiglie e a quanto deve essere terribile non sapere che fine ha fatto un figlio. Tra l’altro tanti corpi non sono ancora stati identificati. I medici legali dicono che dovranno fare degli esami e ci vorrà tempo. È assolutamente insopportabile. Come si può entrare in questa sofferenza? La preghiera? Sì certo, la preghiera. Penso alle persone che erano presenti ieri alla funzione…Ma la sofferenza e il dolore rimangono. Come si può attraversare questa nuvola che oscura tutti i cieli di queste persone?
Oltre al dolore abbiamo visto anche tanta solidarietà e l’immediata reazione di tutte le forze di sicurezza.
Grazie per aver menzionato questa incredibile solidarietà che si è immediatamente manifestata a tutti i livelli, dalla polizia ai medici, al sistema giudiziario, alle autorità politiche. Una solidarietà che ci è arrivata anche da oltre confine. Sapete che diverse persone gravemente ferite sono state ricoverate in ospedali della vicina Italia e della vicina Francia. Le porte si sono aperte spontaneamente, è magnifico.
Quale ruolo invece possono svolgere ora le parrocchie locali? Cosa ha detto alla comunità di Crans-Montana?
Come primo passo, abbiamo inviato un comunicato a tutti gli agenti pastorali, sacerdoti e laici, per esprimere comunione e solidarietà. Nella parrocchia di Crans-Montana si stanno organizzando tutta una serie di iniziative. E’ stato messo un libro all’ingresso della chiesa dove le persone possono esprimere le loro richieste, le loro intenzioni, ciò che hanno nel cuore. Domani, sabato 3 gennaio, la parrocchia organizzerà un momento di preghiera prima della funzione di domenica, a cui parteciperò. Il messaggio che vogliamo trasmettere è che nessuno si senta solo.
La Chiesa è comunione. E questo significa mostrare compassione e solidarietà, non lasciare l’altro nella sua solitudine e sofferenza. Credo che questo sia il cuore del Vangelo.

