Tra “farse” e falsità

Sempre più sorprendente, o meglio tremendamente sconcertante, l'establishment della Russia contemporanea, dove ogni opposizione è conculcata e l'unica logica dominante è quella dell'eliminazione degli avversari politici, unita alla pressione militare più becera per ottenere vantaggi territoriali.

Foto AFP/SIR

Sempre più sorprendente, o meglio tremendamente sconcertante, l’establishment della Russia contemporanea, dove ogni opposizione è conculcata e l’unica logica dominante è quella dell’eliminazione degli avversari politici, unita alla pressione militare più becera per ottenere vantaggi territoriali.
Mentre scoccano i due anni dall’invasione temeraria di un paese libero e democratico lo zar Putin ha creduto bene di far tacere per sempre Alexey Navalny, il più fiero e convincente oppositore, non fiaccato dall’avvelenamento, né dal carcere più duro e più gelido che si potesse immaginare (300 giorni di isolamento in pochissimi anni e – 40 gradi nell’ultimo periodo di prigionia…). Soffocare ogni timida manifestazione di solidarietà con arresti a centinaia è il minimo che si potesse fare – secondo la stessa logica dittatoriale – anche se qualcuno ha tentato di rivendicare il diritto alla memoria per un personaggio che ha dato la vita per la causa della libertà. Toccante, audace ed emblematica la dichiarazione gridata di un’anziana donna nella piazza rossa: “Putin assassino! Hai ucciso migliaia di bambini ucraini… Hai fatto morire 300.000 nostri soldati in Ucraina… Tu non hai nessuna pietà… Voi siete solo pieni di miliardi…”. Il coraggio estremo le veniva dalla consapevolezza che non avrebbero potuto fare altro che togliere la vita anche a lei ormai fin troppo anziana per continuare a vedere questo scempio! Chissà se non l’avranno miseramente già accontentata dopo quelle frasi, condivise, del resto, da tantissimi russi, costretti al silenzio. Né le autorità russe si sono piegate al rispetto del minimo decoro morale consegnando la salma dell’eroe alla madre che la rivendicava con inutile fermezza: avrebbe dovuto aspettare almeno 15 giorni – tanto è il tempo necessario per le indagini sulle cause della morte in una nazione tecnicamente all’avanguardia! Continua a sorprendere e a destare sconcerto il fatto che Putin & C. si ritengono inattaccabili per i ricorrenti episodi di omicidi politici: la loro opinione evidentemente è che i Paesi liberi sono tutti incapaci di comprendere come stanno davvero le cose. Infatti il portavoce del Cremlino si sorprende a sua volta (e con lui purtroppo anche qualcuno dei “nostri”) che qualcuno abbia osato attribuire allo zar la morte del suo maggiore oppositore. Ora si viene a sapere, invece, che – secondo il Times che cita Vladimir Osechkin, fondatore del gruppo per i diritti umani Gulagu.net. – Navalny sarebbe stato ucciso con un pugno al cuore (tecnica, si dice, degli agenti delle forze speciali dell’ex Kgb) dopo essere rimasto esposto a condizioni di congelamento per molte ore. Ma certamente il pugno non gliel’ha sferrato Putin, seduto comodamente al Cremlino, che si prende il lusso anche di farsi intervistare da giovani universitari, rispondendo ad una studente italiana con un ineffabile, untuoso e adulatorio elogio del nostro Paese – dove “ci si trova sempre a proprio agio” – di cui avremmo volentieri fatto a meno, pronunciato da un tale soggetto. Per la morte dell’eroico prigioniero russo si è avuta finalmente una pubblica mobilitazione contro il potere di Mosca – se ne sentiva il bisogno, dopo due anni senza sostanziali proteste di piazza per quell’invasione che – purtroppo – ora sembra dare anche qualche frutto di più alla prassi imperialistica ed espansionistica del Cremlino. Una manifestazione a Roma, cui hanno aderito tutte le forze politiche (anche se con atteggiamenti e intenzioni diverse in questa lunga fase preelettorale), per riconoscere un “martire della libertà”, che andrebbe onorato e ricordato da tutti. Ora, la moglie Yulia Navalnaya promette che continuerà la sua battaglia. Con lei è necessario si uniscano tanti altri, dentro e fuori l’impero russo. La strada per un riscatto della storia, della cultura e della popolazione di quel grande Paese appare lunga. Mentre le elezioni-farsa si avvicinano e concedono ancora troppo margine al despota sanguinario.

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