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Salario minimo. Passi avanti in Ue. Schmit (Commissione): “Non lo imponiamo all’Italia”

Al termine di un faticoso tour negoziale, nella notte è arrivata l’ufficialità dell’accordo provvisorio sulla nuova direttiva Ue. Ridurre le diseguaglianze sociali, combattere la povertà e migliorare la vita dei cittadini europei sono gli obiettivi di una norma che interviene sulle retribuzioni minime e sulla contrattazione collettiva

Pîslaru, Radtke e Jongerius in conferenza stampa (Foto SIR/Parlamento Ue)

(Strasburgo) “In Italia c’è un ampio dibattito in atto in questo momento per vedere come rafforzare il sistema delle contrattazioni collettive. Dall’altro lato bisogna vedere se non sia arrivato il momento di introdurre un salario minimo, che noi non imponiamo all’Italia”. Lo ha chiarito Nicolas Schmit, commissario europeo per il Lavoro e i diritti sociali, intervenendo in conferenza stampa, a Strasburgo, per presentare l’accordo provvisorio al termine del Trilogo (Commissione, Consiglio e Parlamento europei) sulla nuova direttiva relativa ai salari minimi adeguati nei Paesi dell’Ue. Al suo fianco Dragos Pîslaru, europarlamentare romeno che presiede la Commissione per l’occupazione e gli affari sociali, e i correlatori del provvedimento, il tedesco Dennis Radtke e l’olandese Agnes Jongerius. I volti non nascondono stanchezza ma anche soddisfazione. L’accordo, infatti, è arrivato nella notte.

Un passo definito “storico” per i lavoratori europei anche se prima che diventi una realtà ci vorranno almeno un paio di anni: quanto siglato dovrà essere confermato dal Comitato dei rappresentanti permanenti dei governi degli Stati membri dell’Unione europea (Coreper) prima dell’approvazione sia del Consiglio che del Parlamento europeo. Successivamente gli Stati membri avranno due anni per recepire la direttiva nel diritto nazionale.Una volta adottata, la nuova legge promuoverà l’adeguatezza dei salari minimi legali e contribuirà a raggiungere condizioni di lavoro e di vita dignitose per i lavoratori europei tenendo conto, ha spiegato Pîslaru, “delle diversità esistenti nei Paesi e delle buone pratiche” già in atto. Reduci da un faticoso tour negoziale, gli europarlamentari hanno rimarcato come con questa direttiva “il pilastro sociale è realtà”. Per Jongerius,

“i lavoratori sono i vincitori di tutto questo programma” perché “essere tutelati dalla contrattazione collettiva è la miglior protezione contro la povertà lavorativa”.

Il tasso fissato dalla direttiva è di almeno l’80%, “un aspetto che è molto vincolante”, ha precisato Radtke. Relativamente alle retribuzioni, l’europarlamentare tedesco ha spiegato che con la nuova norma “diciamo agli Stati membri che

i salari minimi sono adeguati se rappresentano il 60% del salario medio” nel Paese.

Da un’analisi di questo indice, ha sottolineato Jongerius, “oltre ai Paesi Bassi ci sono altri 22 Stati membri a dover aumentare il salario minimo”, un intervento che “complessivamente riguarda 24 milioni di lavoratori in Europa”. Per questo tra Strasburgo e Bruxelles sono convinti che si tratti di una direttiva che “farà davvero la differenza”. E che, ha rilevato Schmit, è una prima risposta a ciò che emerso durante i lavori della Conferenza sul futuro dell’Europa quando i cittadini hanno chiesto l’introduzione dei salari minimi perché “nessuno deve vivere in povertà mentre lavora”. Il provvedimento compie un passo importante in una fase congiunturale difficile:

in una situazione di forte inflazione – è stato rilevato – i salari bassi non devono risentire di questo aumento. Inoltre, l’imperativo del commissario, “non dobbiamo ridurre i salari reali perché ci portano a stagflazione”.

Le istituzioni europee sono convinte di aver trovato un buon punto di equilibrio tra le esigenze dei lavoratori – “anche i datori di lavoro hanno interesse a che ci siano salari minimi”, ha osservato Schmit – e le realtà dei singoli Paesi, dove non manca un dibattito a volte acceso. Dalla Svezia alla Danimarca, dalla Germania all’Italia non mancano le critiche, i timori, i rilievi. Ma europarlamentari e commissario si sono detti ottimisti per un esito positivo per la direttiva. Riguardo all’Italia, poi, Schmit ha affermato di essere “molto fiducioso che alla fine il governo italiano e le parti sociali, che hanno un ruolo importante, raggiungeranno un buon accordo per rafforzare le contrattazioni collettive, soprattutto per coloro che non sono ben tutelati. Per poi giungere alla conclusione che

potrebbe essere importante introdurre il sistema del salario minimo in Italia. Ma spetta al governo italiano e alle parti sociali farlo”.

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