Ucraina. Scaglione: “Dopo la mossa di Putin lo spazio per la diplomazia rimane aperto, ma le cose si fanno più complicate”

All’indomani della decisione del Cremlino di riconoscere l’indipendenza delle autoproclamate repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk e il successivo invio di truppe nel Donbass, il giornalista Fulvio Scaglione, per anni corrispondente da Mosca, commenta: “Gli accordi di Minsk erano morti e sepolti già prima della mossa di ieri di Putin. È ovvio che ci saranno sanzioni, saranno probabilmente abbastanza pesanti. Ma al Cremlino ritengono o di poterle sopportare o di poter ricavare guadagni maggiori delle perdite”

(Foto ANSA/SIR)

“Gli accordi di Minsk erano morti e sepolti già prima della mossa di ieri di Putin. È ovvio che ci saranno sanzioni, saranno probabilmente abbastanza pesanti. Ma al Cremlino ritengono o di poterle sopportare o di poter ricavare guadagni maggiori delle perdite”. Così il giornalista Fulvio Scaglione, per anni corrispondente da Mosca, commenta al Sir l’ultimo atto dell’escalation militare tra Russia e Ucraina. Ieri il presidente russo Vladimir Putin ha prima annunciato il riconoscimento dell’indipendenza delle autoproclamate repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk, e poi ordinato l’invio di truppe nel Donbass con lo scopo di “assicurare la pace” nella regione, fortemente caratterizzata dalla presenza russofona.

Si è trattato di una mossa a sorpresa di Mosca o era preventivabile?
Tutte e due le cose. Il riconoscimento aleggiava sulla situazione. È da tempo che certe forze politiche russe premevano in questa direzione. Gli accordi di Minsk erano morti da tempo; ed erano questi accordi che, in qualche modo, frenavano questo provvedimento. Ovviamente le due repubbliche autoproclamate del Donbass chiedevano da tempo questa forma di protezione russa e il Cremlino aveva concesso la cittadinanza e aveva distribuito 750mila passaporti russi ai cittadini del Donbass. Inoltre il governo russo aveva sottoscritto accordi di libero scambio con le due repubbliche…

C’era un’atmosfera favorevole alla decisione di Putin ma forse non ci si aspettava che Putin decidesse proprio adesso.

In che senso?
C’è aperto un contenzioso globale, che travalica la questione Ucraina, e riguarda i rapporti con gli Stati Uniti e con la Nato per il riassetto della sicurezza in Europa. Bisognerebbe chiedersi perché proprio adesso Putin ha deciso di voler fare questo passo e, più in generale, perché proprio adesso abbia deciso di ingaggiare questa sfida a viso aperto con l’Occidente. Resta il fatto che

la decisione che ha preso Putin dimostra che il Cremolino è assolutamente deciso a procedere sulla sua strada: vuole ottenere dei risultati sulle cosiddette garanzie di sicurezza e, a quanto pare, non è disponibile a fare alcun passo indietro.

Dopo la mossa di ieri si è ristretto lo spazio della diplomazia?
Non credo. Anche perché bisogna prendere atto del fatto che il Donbass non era più sotto il controllo del governo dell’Ucraina da 8 anni. E quanto successe nel 2014 con la riannessione della Crimea e la ribellione nel Donbass per alcuni aspetti, anche se a livello internazionale non si può assolutamente dire, viene riconosciuto come uno stato di fatto. Nessuno pensa realisticamente che la Crimea possa essere risottratta alla Russia, e non ci prova neanche l’Ucraina. Infatti tutta la tensione in questi anni si è concentrata sul Donbass, non certo sulla Crimea.

Dopo il passo di ieri non necessariamente lo spazio per la diplomazia si è chiuso o ridotto. Certo le cose si fanno più complicate.

Perché adesso ci sono delle truppe russe nel Donbass, con funzioni di “peacekeeping” come dicono i russi; in realtà stanno lì a dire “ se voi ucraini provate a sparare un colpo in questa direzione adesso rispondiamo noi e non più la repubbliche di Donetsk o quella di Lugansk”.

Come valutare la decisione assunta ieri da Mosca?
Il “pregio” della mossa di Putin, se pregio ci può essere, è che chiarifica definitivamente una situazione che da anni si protraeva nell’ambiguità e nell’ipocrisia generale. Perché

gli accordi di Minsk, quelli che avrebbero dovuto risolvere la situazione del Donbass, erano morti e sepolti da tempo. E lo stesso governo di Minsk, negli ultimi mesi, ha ribadito più volte che non li avrebbero mai rispettati perché, come ha detto il presidente Zelensky, erano stati firmati con la minaccia dei cannoni russi e per questo non potevano essere accettati dall’Ucraina.

Come può evolvere adesso la situazione?
Vedo due sole possibilità. La prima è che Putin, che è un giocatore di scacchi e non fa mosse particolarmente avventate ma ne studia gli esiti, ora che ha riconosciuto le repubbliche nel Donbass si fermi qui e aspetti di vedere qual è la reazione dell’Occidente, perché una reazione ci sarà. Una volta misurata, deciderà se andare avanti con le trattative diplomatiche o fare altri passi. Questa è l’ipotesi che io ritengo assolutamente più probabile.

L’altra?
Una volta consolidato il controllo del Donbass, Mosca potrebbe tentare di prendere qualcos’altro, per esempio il porto di Mariupol, poco più a Sud, il più grande dell’Ucraina; prenderlo significherebbe tagliare fuori l’Ucraina dai traffici e dai rifornimenti marittimi. Oppure potrebbe pensare di prendersi la città industriale di Charkiv, dove c’è una parte consistente di popolazione russofona. Ma, dovendo scommettere,

propenderei per l’ipotesi che ora Putin si ferma e guarda cosa succede per poi decidere l’eventuale nuova mossa.

Le sanzioni minacciate, annunciate e richieste da diverse cancellerie possono essere un deterrente?
Ci saranno sicuramente delle sanzioni, qualcosa arriverà. Bisognerà vedere quanto l’Occidente penserà di poter ancora giocarsi sul piano diplomatico, e questo dovrebbe un po’ moderare le sanzioni per non bruciare i contatti. Ma lo sviluppo della crisi dipende anche dalle divisioni interne all’Occidente stesso. È inutile nascondersi la realtà: questa crisi riguarda primariamente Russia e Stati Uniti ma si svolge – fino all’eventualità dei combattimenti – in Europa.

Siamo noi europei quelli che avremmo con qualunque esito i danni e le difficoltà maggiori.

Bisognerà anche capire i rapporti all’interno dell’Europa: i polacchi e i baltici sono molto più intransigenti di quanto siano, per esempio, spagnoli o italiani, per evidenti ragioni storiche e geografiche.

In questo contesto l’Europa e l’Italia cosa rischiano?
È stato proprio Mario Draghi a far capire che mettersi a sanzionare il comparto energetico della Russia con un’Europa che importa il 41% del proprio fabbisogno di gas proprio dalla Russia forse sarebbe un’idea che danneggerebbe più i sanzionatori che i sanzionati.

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