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Manifestazioni di piazza. Mons. Pezzi (arcivescovo di Mosca): “Urgente dare risposte reali al disagio della gente”

Mons. Pezzi, arcivescovo di Mosca: “penso sia un po’ esagerata la funzione alla Robin Hood che l’Occidente dà a Navalny. Detto questo, va aggiunto che lo Stato dovrebbe poter dare alla piazza delle risposte più convincenti. Limitarsi a regolare per legge la manifestazione di questo disagio, limitarsi a dire che va tutto bene e che i problemi non ci sono, non mi sembra sufficiente. A parte qualche eccesso, la gente è scesa in piazza in maniera pacifica e civile. Il disagio che viene espresso, va preso sul serio, non si può semplicemente dire che non c’è. Che la situazione non va bene a nessuno, è un fatto”

Il popolo russo sta esprimendo un disagio e a parte qualche eccesso, lo sta facendo in modo pacifico. Le autorità politiche russe devono, a questo punto dare, ascolto alla voce del popolo, prendere sul serio quanto sta gridando la piazza e soprattutto dare risposte concrete. Raggiunto telefonicamente dal Sir, mons. Paolo Pezzi, arcivescovo di Mosca, analizza così la situazione del Paese che continua a preoccupare l’Europa e il mondo, alla luce delle manifestazioni di piazza che si sono accese subito dopo il ritorno in patria di Alexey Navalny e degli arresti dei manifestanti che ci sono stati in tutta la Federazione.

Mons. Pezzi, cosa sta succedendo?

In primo luogo, penso sia opportuno dire che in piazza non scendono solo i giovani ma famiglie, persone adulte e anche anziani. Quindi la protesta non riguarda in modo particolare solo una componente della società russa ma è diffusa. In secondo luogo, le ultime manifestazioni erano concretamente legate agli sviluppi della vicenda di Nalvalny subito dopo il suo rientro dalla Germania dove è stato curato. Se però allarghiamo la nostra visione, il mio parere è che siamo di fronte alla espressione di un disagio e in questo senso le manifestazioni di oggi e, in genere, degli ultimi anni mi sembrano differenti rispetto alle manifestazioni degli anni ’90. Allora c’erano segnali di speranza e di rinnovamento. Quello che invece emerge oggi, è disagio.

Disagio per cosa?

È legato innanzitutto a come lo Stato gestisce la situazione attuale del Paese. E questo è legato in parte all’annoso problema della corruzione.In Russia, quasi ogni giorno, l’autorità dello Stato porta avanti processi contro la corruzione ma sembra che questo male non si fermi. La popolazione manifesta un’attesa di cambiamento che però non si avvera mai. Si continua a parlare di lotta alla corruzione ma alla fine sembra che la corruzione, al contrario, si diffonda. In questo contesto, poi, è arrivata la pandemia che a mio parere, è stata affrontata bene però in alcune regione della Federazione c’è stata una scarsissima informazione. Non è mai stato detto chiaramente la gravità della situazione come non sono stati chiari i numeri dei contagi, con un balletto di statistiche che ha lasciato molto perplessi. Questa poca chiarezza si è trasformata in disagio.

Dal punto di vista economico, il Paese regge?

In queste manifestazioni di piazza, in nessuna parte della Russia, era preponderante la questione economica. In alcune parti c’è stato un disagio legato a decisioni politiche sulla scelta di alcuni governatori al posto di altri. Non si può comunque nascondere il fatto che dal punto di vista economico, la crisi c’è, è anche abbastanza grave e la congiuntura internazionale, a volte con qualche pregiudizio, non aiuta la situazione. Ma, ripeto, la crisi non è stata uno dei temi principali delle manifestazioni.

Lo è stato invece la mancanza di libertà di opposizione e Navalny rappresenta in qualche modo questa frattura.

Personalmente penso sia un po’ esagerata la funzione alla Robin Hood che l’Occidente dà a Navalny. Detto questo, va aggiunto che lo Stato dovrebbe poter dare alla piazza delle risposte più convincenti. Limitarsi a regolare per legge la manifestazione di questo disagio, limitarsi a dire che va tutto bene e che i problemi non ci sono, non mi sembra sufficiente. Oggi la società ha bisogno di segnali più reali. A parte qualche eccesso, la gente è scesa in piazza in maniera pacifica e civile. Il disagio che viene espresso, va preso sul serio, non si può semplicemente dire che non c’è. Che la situazione non va bene a nessuno, è un fatto. Anche in questo senso, penso che l’autorità dovrebbe considerare necessario dare determinate risposte.

Quali?

Non lo so. E devo anche dire che non è compito della Chiesa dare delle indicazioni. Quello che per me è importante ricordare, è che occorrerebbe non perdere di vista, o meglio, riscoprire il principio del bene comune che è il cuore della Dottrina sociale della Chiesa. O se vogliamo, questa idea che ha espresso il Papa, anche recentemente, dicendo che per il bene comune, per la fratellanza, occorre fare passi quotidiani. Penso sia questa l’ottica e la prospettiva in cui mettersi.

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