Gesù è spinto fuori da Gerusalemme. Le autorità che da tempo cercavano un pretesto per poterlo eliminare sono infine riuscite a ordire le loro trame. Le folle che lo avevano seguito e osannato, che da lui avevano ricevuto cure, pane, parole di amore e di libertà… ora chiedono a gran voce la sua morte. Anche i discepoli tradiscono o scappano. Non riflettiamo abbastanza sul potere del male e su quanto il male possa insinuarsi nel potere e a volte anche nella religione, mistificandoli per impadronirsi delle coscienze, individuali e collettive. La Settimana Santa ci mette drammaticamente davanti a tutto questo.
La verità è che c’è un’inevitabile e insopprimibile opposizione del mondo al Vangelo di Gesù Cristo. Un’opposizione che forse, ingenuamente, non abbiamo da tempo adeguatamente considerato. “Veniva nel mondo la luce vera… eppure il mondo non lo ha riconosciuto”, dice il prologo di San Giovanni. Il mondo rifiuta Gesù Cristo e la radicalità del suo messaggio. Lo considera un pericoloso corpo estraneo da espellere o da depotenziare, riducendo magari il cristianesimo ad un’innocua e funzionale religio civilis e i suoi ministri a scialbi gestori di riti funebri o servizi assistenziali.
Gesù predica e vive povertà, umiltà, non violenza, uguaglianza tra tutti, fraternità, purezza di cuore, giustizia e misericordia. Smaschera la disonestà delle ricchezze, la vacuità della fama e del prestigio, il pericolo di un potere che non si fa servizio, l’ingiustizia intrinseca ad ogni prevaricazione, la vanità del lusso e dei piaceri mondani: tutto questo nostro disperato “correre dietro al vento” (Qoelet) nell’illusione di renderci grandi e poterci così salvare da noi stessi. Il mondo non può tollerare un simile messaggio che invita ad essere come i gigli del campo e gli uccelli del cielo. E allora, esattamente come fecero i capi del sinedrio in combutta con il potere romano, anche oggi cerca di uccidere Gesù, privandolo di ogni diritto di cittadinanza, spingendolo fuori dai confini della città terrena, ai margini della vita sociale, politica e culturale. Un cristianesimo edulcorato e marginalizzato, sostituito, una volta morte le grandi ideologie, dalla tecnica e dalla scienza o meglio ancora – come notò in un saggio del 1973 la scrittrice e politica Natalia Ginzburg – da quella psicoanalisi che al posto di Dio e del noi ha messo il nostro io, fragile e malato, tutto concentrato insanamente e infelicemente su sé stesso: “Nelle parole del Vangelo – scriveva Ginzburg – ‘ama il tuo prossimo come te stesso’ l’accento sta nel prossimo non già su di noi. Ma queste parole del Vangelo oggi sono cadute in discredito e noi o non le ricordiamo mai o non sapremmo come adoperarle. Anche le altre parole del Vangelo ‘chi perde la sua vita la salverà’ e ‘non sappia la destra ciò che fa la sinistra’ sono cadute in discredito e non ne troviamo quasi più traccia nel mondo in cui viviamo. Esse ci dicono che il nostro io e la sua salute sono inessenziali e che potremmo anche bruciarli o calpestarli sotto i nostri piedi. Esse sono il contrario della psicoanalisi che ci ha portati a coprire di pietà il nostro io e a ignorare del tutto il nostro prossimo”. Parole provocatorie certo, figlie del loro tempo, ma per molti versi ancora attuali.
Se la Settimana Santa finisse col venerdì di Passione, con la morte in croce del Signore e la deposizione del suo corpo nel sepolcro, a noi suoi discepoli non resterebbe che vivere separati da questo mondo, impauriti e incattiviti in un cenacolo privo di speranza. Ma la luce e la forza della Resurrezione irrompono e ci spingono fuori, ricordandoci che Dio ha mandato il suo Figlio non per condannare, ma per salvare il mondo. Un mondo che pur rifiutando Dio, resta da Lui amato e per la cui salvezza Gesù Cristo non ha esitato a donare la vita sulla croce. Da qui si origina la paradossale condizione di noi cristiani, chiamati a stare nel mondo e ad amarlo, ma senza conformarci alle sue logiche. Con la purezza delle colombe e la prudenza dei serpenti. Come agnelli in mezzo ai lupi. Testimoni di un amore più grande che, dimentico di sé stesso, ha attraversato la morte e l’ha vinta.
(*) direttore de “La Voce dei Berici”

