L’unità imprescindibile

Nel panorama che tende ad accentuare i particolarismi e i nuovi nazionalismi, a cui anche le Chiese possono essere tentate, se non addirittura a volte diventarne artefici (quanto stride la contrapposizione non solo tra popoli, ma anche tra Chiese nel cuore dell’Europa per la guerra fratricida tra russi e ucraini!), si avverte ancora di più come la lezione e la missione del dialogo, della fratellanza, dell’unità siano improcrastinabili. “Un solo corpo” perché animati da “un solo Spirito”: così i cristiani, così anche ogni uomo e ogni popolo se ricercano davvero la giustizia e se ascoltano in sé la voce dello Spirito che soffia dove vuole e chiede solo di essere assecondato per creare meraviglie

(Foto Calvarese/SIR)

Nella prossima settimana, dal 18 al 25 gennaio, esattamente quest’anno da domenica a domenica, si snoda l’appuntamento mondiale quotidiano di riflessione e preghiera per l’unità dei cristiani. Giorni preceduti in Italia, questo sabato 17 gennaio, dalla 37ª Giornata per l’approfondimento del dialogo tra cattolici ed ebrei. Partiamo appunto da questa per qualche riflessione, particolarmente urgente nell’attuale fase della situazione internazionale. Com’è noto e come purtroppo abbiamo dovuto constatare, le tensioni aggravatesi in Medio Oriente con la reazione “sproporzionata”, distruttiva e stragista, del governo israeliano alla spietata carneficina perpetrata dai terroristi di Hamas il 7 ottobre 2023, hanno provocato in tutto il mondo e anche in Italia, un rigurgito di ingiustificato antisemitismo che mette a rischio anche il dialogo tra i cristiani e i nostri “fratelli maggiori”, come abbiamo imparato a chiamare gli ebrei. Oltremodo significativo e provocatorio al riguardo il tema biblico scelto per la Giornata: “Uniti nella stessa benedizione. ‘In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra’ (Gen 12,3)”. Sentirsi accomunati nella stessa “benedizione” non può che fugare ogni tentazione di discriminazione e di esclusione. È la benedizione promessa da Dio ad Abramo, che si estende in modo speciale e unitario a tutti gli appartenenti alle tre religioni che da lui si sono dipanate nel corso dei secoli, per strade diverse e troppo spesso conflittuali: appunto ebrei, cristiani e musulmani, la cui convivenza pacifica in Terra Santa sembra quasi impossibile, eppure doverosa. Come, di rimando, doverosa e necessaria si dovrebbe ritenere – e per questo urge pregare e lavorare – in ogni altra parte del mondo. Del resto, la dichiarazione del Concilio ecumenico Vaticano II, “Nostra Aetate”, di cui ricorrono i 60 anni, allargando gli orizzonti a tutti i credenti di ogni religione, riserva un atteggiamento particolare alle religioni abramitiche e in modo peculiare all’ebraismo, respingendo in modo radicale e irrevocabile ogni tentazione di antisemitismo e sottolineando la radice comune della fede nell’eredità preziosa che ci viene attraverso il Cristo, Maria, gli apostoli. È questa grande benedizione – che purtroppo a volte è stata stravolta in “maledizione” – che va recuperata pienamente e condivisa con tutti gli uomini, a partire appunto dai fratelli ebrei. Quanto ci discostano tali convinzioni e tale compito da reazioni inconsulte ed estremiste e da rimozioni blasfeme della stessa memoria universale dell’olocausto, la quale si rinnoverà alla fine di questo mese! L’appello all’unità, sentendoci parte di un’unica benedizione, emerge in maniera evidente anche nel tema della Settimana ecumenica, nella quale i cristiani sono chiamati a costruire unità tra loro, ma non in funzione di privilegio o di nuova esclusione degli altri (credenti o non credenti), bensì come esempio eloquente e diffusivo dell’unità fra tutti, dal momento che la Chiesa è già in sé superamento di ogni confine geografico ed etnico, culturale e storico, ed è chiamata ad esserlo sempre di più in una prospettiva continua di dialogo e comunione con ogni persona e con ogni popolo. Perciò, se il tema biblico della Settimana – “Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito, come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” (Ef 4,4) – è riferito, ovviamente e preliminarmente, ai credenti in Cristo, chiamati ad affrontare sempre più insieme le sfide del tempo presente, a collaborare sempre più strettamente su questioni fondamentali, quali la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato, esso proietta le nostre Chiese verso un compito sempre più grande, che è appunto quello di portare tutti gli uomini all’unità. Arduo e apparentemente impossibile, specie in questo tempo, caratterizzato invece da una crescente frammentazione e da violente contrapposizioni, ma proprio per questo più necessario e urgente. I testi di questa Settimana sono stati preparati dalla Chiesa apostolica armena, che ha patito anch’essa su di sé la violenza nei secoli, ma ha mantenuto saldo il desiderio e la testimonianza di unità. Nel panorama che tende ad accentuare i particolarismi e i nuovi nazionalismi, a cui anche le Chiese possono essere tentate, se non addirittura a volte diventarne artefici (quanto stride la contrapposizione non solo tra popoli, ma anche tra Chiese nel cuore dell’Europa per la guerra fratricida tra russi e ucraini!), si avverte ancora di più come la lezione e la missione del dialogo, della fratellanza, dell’unità siano improcrastinabili. “Un solo corpo” perché animati da “un solo Spirito”: così i cristiani, così anche ogni uomo e ogni popolo se ricercano davvero la giustizia e se ascoltano in sé la voce dello Spirito che soffia dove vuole e chiede solo di essere assecondato per creare meraviglie.

 

(*) direttore “Nuova Scintilla” (Chioggia)

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