Chiamati a generare nuovi discepoli
Mt 28,16-20
Nella domenica dell’Ascensione siamo invitati a salire sul monte alzando lo sguardo verso l’alto per andare oltre il nostro campo visivo e ossigenare gli occhi del cuore. Sul monte, il Gesù di Matteo aveva istruito le folle e i discepoli con il canto delle Beatitudini ricordando che la felicità non sta nelle cose o nelle circostanze ma in quel Dio che è forza e ricchezza, consolazione e sazietà, contemplazione di una paternità senza ombre ed eterna ricompensa (cf. Mt 5,3-12). Questo Dio non solo ha aperto i cieli per noi ma ha abitato la terra con noi, ha piantato la sua tenda nella storia facendosi uomo, maestro, fratello, ospite, commensale e amico. In mezzo ai travagli del suo popolo egli si è mostrato precario nella collocazione – non avendo dove posare il capo –, stabile nell’abbandono confidente alla volontà del Padre, povero di cose materiali ma ricco di Spirito Santo e di parole incandescenti capaci di risvegliare le coscienze più intorpidite e di ravvivare la fede di tutti nell’opera provvidente e salvifica del Padre.
Avendo amato i suoi fino in fondo, il Dio incarnato ha donato tutto se stesso sulla Croce che non è stata l’ultima ma la penultima parola. Nel vocabolario dell’opera salvifica, infatti, la parola successiva alla morte è risurrezione, cioè vita senza fine, vitalità contagiosa e inarrestabile.
Per questo Gesù dà appuntamento ai suoi sul monte per comunicare loro quanto il Padre gli ha dato e invitarli ad appiccare il fuoco dell’amore del Padre nel mondo intero. Durante tutto il suo ministero, Cristo ha introdotto i suoi nel mistero dell’amore del Padre, in quella grazia specialissima che è la mistica filiale, espressione della comunione tra il Padre e il Figlio. I discepoli sono stati introdotti in questa comunione e hanno ricevuto, a loro volta, il compito di introdurre in essa «tutti i popoli» (Mt 28,19). Questi popoli non sono oggetto di conquista ma soggetto della loro dedizione e della loro cura, non sono un pubblico che fa aumentare l’audience ma i destinatari privilegiati dell’opera dell’evangelizzazione, coloro che sono chiamati a ricevere la dynamis del Vangelo, salvezza per chiunque crede.
Dinanzi al Risorto che si manifesta loro, i discepoli si muovono tra adorazione e dubbio. Manca loro la forza dall’alto, manca per loro l’esperienza del battesimo nello Spirito. Solo lo Spirito, infatti, può fare di creature fragili degli evangelizzatori intrepidi, capaci di accogliere un potere non per dominare ma per servire, capaci di operare non nel proprio nome, ma nel nome del Dio pienezza di amore e di relazione che è Padre, Figlio e Spirito Santo. In questo nome risiede il fermento della fecondità, altro nome della missione perché il compimento della vita di un discepolo non è diventare maestro ma generare altri discepoli. Il discepolo che obbedisce all’invito di uscire da sé per “fare” nuovi discepoli non solo sperimenta la forza generativa dell’annuncio, ma partecipa attivamente all’edificazione della Chiesa corpo di Cristo, «pienezza di colui che compie tutte le cose» (Ef 1,23), e sperimenta la presenza costante del Signore. Questo Signore non è il comandante di un esercito ma il Vivente, l’Onnipresente, l’Emmanuele, il Dio che da noi non cerca sacrifici o imprese eroiche ma solo comunione d’amore con sé e con i fratelli.
La liturgia della Parola nella solennità dell’Ascensione ci ricorda che la nostra destinazione è Dio e che il nostro impegno nel mondo è immettere in esso la forza dirompente del Vangelo. Non c’è evangelizzazione però senza mistica della missione, senza entrare nella grazia della filiazione e della fraternità in un’unità che non distrugge ma afferma, promuove e compie l’alterità, facendo di ogni “altro” una creatura unica e originalissima.