Abbiamo bisogno di guardare segnali e indicatori divini, che ci orientano sulle vie giuste e sulla guida da seguire. Gesù viene verso di lui, non siamo noi ad andare verso di lui. Dio viene sempre incontro a ciascuno di noi: «Ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo». Ce lo addita Giovanni Battista, che non è solo un profeta, un precursore, una voce rozza e impetuosa che grida nel deserto, ma un vero testimone. Appunto, se testimone vuol dire martire, annunciare Cristo e il suo messaggio può voler dire perdere la testa per il Vangelo. Gesù è il vero agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. L’agnello reale era quello che, nella notte dell’esodo, per ordine di Dio, fu immolato in Egitto e il cui sangue liberò il popolo dalla schiavitù e lo fece passare alla libertà della terra promessa. In seguito a quel fatto, ogni anno, a Pasqua, il popolo ebraico, famiglia per famiglia, immolava un agnello e poi, durante la notte, lo consumava comunitariamente, in ricordo della liberazione dalla schiavitù dell’Egitto. Gesù verrà immolato sulla Croce come agnello vivente. Il suo sangue sarà versato per molti per la remissione dei peccati. Solo portando il peso degli altri lo si elimina, ecco perché in latino si dice Agnus Dei qui tollis peccata mundi. Gesù ha portato il peso di tutti proprio come servo sofferente: «Ecco il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e molto innalzato…» (Isaia 52,13). «Egli è stato trafitto a causa delle nostre iniquità… dalle sue piaghe siamo stati guariti» (Isaia 53). Il servo e l’agnello presentato dal Battista è il vero salvatore del mondo, pieno di spirito e di verità, colui che si fa carico di tutto il peso e il dramma dell’umanità. In lui, dice Giovanni, discende lo Spirito che permane su di lui. Lo Spirito di Dio fa iniziare la missione di Cristo. Ma perché Gesù ci salva? Perché il suo sacrificio porta salvezza? Non poteva salvarci Dio direttamente? Dio ha voluto discendere nella “sarx“, cioè nella “carne” di ognuno di noi per farsi carico di tutto, offrendosi liberamente alla morte al posto nostro. Gesù, al posto nostro, accetta la condanna della croce e, morendo, distrugge la morte aprendoci la via della Redenzione. L’agnello pasquale descritto dall’Esodo fa parte del sacrificio della Messa, che perpetua il mistero della Croce e della Resurrezione. Solo lui toglie il peccato dal mondo. Ma cosa significa peccare? Il peccato, dal greco, significa sbagliare la mira, non arrivare al bersaglio. In realtà la nostra vita non è fatta di peccatucci visti come la lista della spesa, ma di fallimenti di bersagli non centrati. Il peccato che ci conduce alla morte è uno: decentrarsi da Cristo. Se tutto ruota attorno ai nostri Baal e Ashera, non otterremo mai la vita, ma solo una progressiva distruzione e poi la morte. In questa domenica siamo chiamati a non distrarci, a guardare il Battista di turno che ci indica dove permane lo Spirito e dove occorre fermarsi, accogliere e seguire. Chi lo accoglie esce dalla notte e ritrova la luce; in un tempo di oscurità e di guerre, andiamo incontro a lui che viene a noi e non fuggiamo, lasciamoci toccare e salvare, non perdiamo il kairos, lasciamoci amare.