Domenica 11 settembre

In genere le religioni si contraddistinguono per una logica implicita: l’uomo per potersi salvare deve intraprendere un percorso di avvicinamento alla Divinità, se l’uomo si allontana da Dio con il peccato o si disinteressa della dimensione della fede, sarà destinato alla condanna; nonostante il messaggio evangelico, una spiritualità del genere è presente anche in molti cristiani. Le tre parabole proposte dal Vangelo di oggi, si soffermano su degli elementi della nostra fede cristiana che facciamo notevole fatica a comprendere: in Gesù è Dio che si avvicina all’uomo, con la Sua incarnazione, Parola, atteggiamenti di vicinanza… Pubblicani e peccatori hanno intuito la novità della predicazione di Gesù e ne gioiscono, mentre i capi della religione mormorano, ed è per loro, così come per chi non accetta il fatto che Dio si fa prossimo dell’uomo e che gioisce della sua conversione, che queste parabole vengono a essere rivelate. Le prime due raccontano la gioia di Dio, mentre l’ultima ne espone le motivazioni. La parabola della pecorella smarrita, così come quella della dracma perduta, sono incentrate su di un paradosso: “Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova?” ad una domanda del genere la risposta spontanea sarebbe nessuno, eppure Gesù pone il suo quesito come se tutti la pensassero come il pastore della parabola. Alla fine dei conti grazie al loro atteggiamento amorevole quel pastore e quella donna (Dio) instaureranno con la pecorella e con la moneta un rapporto particolare, caratterizzato dalla gioia per il “ritrovamento” avvenuto.

L’ultima parabola ha come primo protagonista un figlio che non riesce a istaurare un rapporto con il padre e per questo motivo richiede la parte spettante di eredità, normalmente una richiesta del genere si avanza nel momento in cui un padre muore, effettivamente questo figlio non avvertiva più la presenza di suo padre in quanto si sentiva lontano da lui. L’inizio di questa parabola ci fa pensare a come nella nostra epoca la filosofia abbia dichiarato la morte di Dio, caratterizzando così il nostro tempo. L’uomo allontanandosi da Dio non ha nessun bene: sperpera i doni che Egli gli ha fatto, la sua dignità filiale viene notevolmente degradata arrivando a identificarsi con le bestie. Attanagliato dalla fame pensa al pane presente nella casa dove era cresciuto, ma non ai sentimenti del Padre, il quale scruta continuamente l’orizzonte poiché lo aspetta, e quando lo vede in lontananza, gli corre in contro (un anziano non corre, a causa della sua età diverrebbe ridicolo nel farlo), e pur avendo compreso le motivazioni del figlio lo accoglie ugualmente, ed è festa. Il fratello maggiore mormora, non è d’accordo con l’atteggiamento del Padre e la parabola si conclude in modo tragico: non sappiamo se il figlio minore si sia realmente avvicinato al Padre e se il maggiore abbia deciso di entrare in casa, conosciamo però la logica di misericordia del Padre, il suo modo di agire nell’essere sempre disponibile all’accoglienza. Per altri versi la parabola ci informa cosa significa vivere lontano da Dio poiché ancora incapaci di comprendere la sua logica. Siamo avvolti dal manto della misericordia, nonostante le nostre incapacità di fede continuamente Dio viene con amore a cercarci.

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