Domenica 8 maggio – IV di Pasqua

Tre versetti, una chiave di volta del Quarto Vangelo: testo, proprio nella sua brevità, densissimo. Che ci chiama con forza, oggi. Ascoltare la Voce, seguire, appartenere a Gesù come al Padre, in legame di libertà generativa.

Tre versetti: tre affermazioni di fuoco che sintetizzano tutta la vicenda di Gesù con i suoi. Lui, mentre pronuncia solennemente queste parole – lo sappiamo dal contesto – si espone alla lapidazione come bestemmiatore. “Io e il Padre siamo uno”: l’affermazione sarà il capo d’accusa al processo finale. Ma sarà anche il cuore della preghiera ultima di Gesù (Gv 17,21.26). Non capiscono nulla coloro che pure sentono, ma non riconoscono la Voce – a loro rimane nascosto che Gesù parla del Legame di ogni sacro legame.

Ma noi, come raccogliamo queste parole, pronunciate da Gesù a rischio della vita? Se capissimo che in esse si tratta anche della nostra storia, del senso dei nostri giorni. Potessimo avere la tenacia di stare, di ascoltare fino in fondo questo brevissimo Vangelo… E la conclusione della pericope, lapidaria, che di tutto rivela il fondamento: “… e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo Uno”.

Tutto avviene nel tempio, là dove – soprattutto nel IV Vangelo – si accendono le più aspre dispute di Gesù coi detentori del potere religioso. Qualcosa di simile accadrà poi a Paolo e Barnaba nella sinagoga di Antiochia (At 13,14, prima lettura). Come per tutti quelli che “vengono dalla grande tribolazione”(Ap 7,14: seconda lettura). La storia è come un grande processo intentato ai discepoli del Signore Gesù, è il luogo della mite testimonianza alla sua Voce.

Che cosa sanno essi, i gestori del tempio, della presenza, della voce di Dio?

Per riconoscere la Voce è necessario un ascolto trascendente. Attraverso e al di là delle voci prossime, deve essere sempre da capo cercata la Voce arcana, che ai più appare come inafferrabile. I credenti, i figli del Padre del cielo, sempre da capo hanno l’orecchio teso per intercettare la voce del buon Pastore, e così conoscere quale sia il loro cammino. Tra se stessi e le cose prossime – le cose che paiono a portata di mano, ma che in realtà sono percepite come distanti ed estranee, se non insidiose – sempre da capo mettono in mezzo la Parola udita dall’Alto. Soltanto attraverso quella Voce affidabile vogliono conoscere la verità di quello che pure vedono e toccano con mano, di quello che in qualche modo è subito ragione di gioia o di tristezza, ma ragione incerta. Attraverso la consuetudine con la voce del Pastore i credenti stabiliscono una comunione con lui e con il Padre, che è più forte di ogni destino fissato dalle vicende incerte del tempo. La solidità del vincolo che lega le pecore al loro Pastore si radica nella solidità del vincolo che lega Gesù al Padre.

Ascoltare la Voce. È il primo passo che l’essere umano – a partire dalla prima infanzia – deve compiere per entrare in una relazione: ascoltare, che è molto più del semplice sentire. Ascoltare significa innanzitutto riconoscere colui che parla dalla sua voce, dal suo timbro particolare, dall’intima appartenenza- come il bimbo al grembo che l’ha generato. Ci vogliono certamente impegno e fatica, ma solo facendo discernimento tra le molte voci che ci risuonano attorno è possibile ascoltare quella Voce che ci raggiunge in verità e con amore. Tutta la fede ebraico-cristiana dipende dall’ascolto – “Shema‘ Jisra’el! Ascolta, Israele!” (Dt 6,5; Mc 12,29 e par.): “la fede nasce dall’ascolto” (Rm 10,17). Per avere fede in Gesù occorre dunque ascoltarlo in una relazione profonda di mutuo riconoscimento, con un’arte che permetta una comunicazione vitale, la quale giorno dopo giorno crea, intesse la comunione.

La seconda azione che Gesù presenta come propria delle sue pecore si riassume nel verbo seguire: “Esse mi seguono” (Gv 10,27). Seguire significa andare dietro a lui ovunque egli vada (cf. Ap 14,4), calcare le sue orme (1 Pt 2,21) conformando la nostra vita alla sua, il nostro camminare al modo in cui lui cammina (1Gv 2,6). Il pastore quasi sempre sta davanti al gregge per aprirgli la strada verso pascoli abbondanti, ma a volte sta anche in mezzo, quando le pecore riposano; e sa stare anche dietro, quando le pecore devono essere custodite affinché non si disperdano. Gesù assume questo comportamento verso di noi, e ci chiede di ascoltarlo e di seguirlo in tutti i suoi passi – percepibili attraverso la storia che viviamo.

Il seguire riceve luce dalla parabola del pastore che è “agnello”. Pastore che, come ci ricorda Ap 7,17 (seconda Lettura) che echeggia il passo profetico di Is 53, è: “come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa”. Quale voce dunque è questa? La sua voce, la voce del Pastore, di Gesù “agnello”,  è anzitutto voce di silenzio. È la voce del sangue che mitemente grida (Ap 7,14), la voce di una dedizione incondizionata, più eloquente di quella di Abele (Eb 12,24) di cui la Scrittura dice che “parla ancora” (Eb 11,4). È la voce di chi dà la vita e in questa dedizione stabilisce una comunicazione profondissima, generativa: “la sua discendenza, chi può descriverla?” (Is 53,8). Nessuno può conoscere la Voce, se non chi ne è nato: “Le mie pecore ascoltano la mia voce”.

Pastore che dà la vita, non dall’alto ma dal basso. Pastore che non solo è in antitesi con i pastori che pascono se stessi, ma anche si differenzia radicalmente dai pastori che pretendono di condurre le pecore attraverso il potere e la forza, sovrapposti alla dedizione quasi a rafforzarla, in realtà a soffocarla: egli, invece, conduce attraverso la sottile Voce di silenzio – la debolezza inerme, la mansuetudine, l’innocenza umiliata (“Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato, la sua discendenza chi potrà descriverla? Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita”Is 53,8).

Pastore che dà la vita, ha Voce inconfondibile, conduce mediante l’amore che si toglie, il radicale rispetto, l’assoluto rifiuto di imporsi: la consegna. E tutto questo l’espone all’altrui sopruso o disprezzo. Ascoltiamo noi la Voce?

Questo linguaggio, che a un primo impatto per noi può suonare un po’ astruso, allora, per un popolo di pastori, doveva risuonare profondamente sconvolgente. Decodificato, deve aiutarci a capire il nostro stesso essere ecclesiale, la nostra storia, l’oggi e le sue tribolazioni, il rapporto tra le generazioni; il rapporto tra le diverse responsabilità che portiamo.

Così l’Agnello apre i sigilli della storia; l’Agnello ha Voce udibile unicamente da quelli che sono “suoi”, l’Agnello è, nella sua apparente impotenza – che pure scioglie i sigilli più insolubili -, pastore “bello”. Ogni vocazione cristiana trae luce di verità dalla Voce del pastore-Agnello.

 

*monaca di Viboldone