Domenica 23 ottobre

Con la parabola del fariseo e del pubblicano che salgono al tempio, continua la nostra riflessione sul tema della fede, come intima relazione con il Signore Gesù che diviene il fondamento e la luce orientatrice della nostra esistenza.
Secondo alcuni biblisti la parabola evangelica di questa domenica, in origine costituiva un corpo unico con quella del Padre misericordioso su cui abbiamo avuto modo di riflettere precedentemente: anche in questo contesto, troviamo due figure speculari il fariseo e il pubblicano. Due persone salgono al tempio, una da fariseo prega in un modo, l’altra da pubblicano in un altro, e poi ci siamo noi lettori, portati a prendere posizione, a interrogarci riguardo a quale personaggio è più vicino al nostro modo di essere. La via più semplice sarebbe non pensarsi né come il fariseo, né come il pubblicano, quasi a dire, che noi non disprezziamo nessuno, ma che nello stesso tempo non siamo nella stessa condizione di miseria del pubblicano, la parabola però non sembra assecondare questo nostro desiderio, ci propone solo due uomini, non c’è nessuna terza persona. Al pari del fratello maggiore e minore queste due figure sono entrambe presenti in ciascuno di noi, siamo contemporaneamente l’uno e l’altro, siamo un impasto di miseria, ma anche di virtù e capaci di indirizzarci verso un rapporto con Dio, nonostante i nostri limiti. Ancora una volta la misericordia del Padre ci spiazza, il rapporto di fede con Lui non pone come motivo iniziale un desiderio di conversione, ma una preghiera che ha come punto di partenza il riconoscere i nostri limiti, prendere consapevolezza che siamo mancanti di qualcosa e per questo chiedere di non essere abbandonati nello stato in cui ci troviamo. La radice della preghiera nasce dal terreno del nostro riconoscerci precari e soprattutto nel ritenere che abbiamo bisogno di Qualcuno che colmi il nostro bisogno poiché non siamo in grado di farlo da soli.
La parabola è indirizzata verso coloro che confidano in sé, in quanto secondo categorie create da loro stessi si ritengono giusti, considerando di conseguenza un “nulla” gli altri: in questo atteggiamento vi è chiara traccia della superbia, fondamento del peccato originale. Il fariseo che nel tempio è in piedi, letteralmente prega stando dritto davanti a sé: la sua postura lascia presupporre che stia pregando Dio, in realtà si trova dinanzi allo specchio del proprio io. La preghiera del fariseo assume tonalità sempre più sinistre, caratterizzate dall’espressione “non sono”, è il contrario del nome di Dio che è “Io sono”: una preghiera che in realtà è un’esaltazione di ciò che non è volontà di Dio, un rimprovero nei confronti del Creatore che non ha fatto bene ogni cosa, un vanto poiché nel suo essere farisaico pratica più di quanto richiesto per colmare le deficienze di chi come il pubblicano non compie i comandi della legge. Il fariseo non riconosce in se stesso i doni di Dio, anzi utilizza ciò che il Signore gli ha donato per distruggere la dignità dell’altro. Il pubblicano da parte sua esprime materialmente il suo essere lontano da Dio e nella sua invocazione chiede grazia, è ben consapevole di dove si trova e in questo non esprime giudizi nei confronti di nessuno: il protagonista della sua preghiera non è lui, bensì Dio.
Abbiamo dinanzi a noi un cammino ancora da percorrere, ci fanno compagnia queste due figure che sono in ciascuno di noi, siamo chiamati a scegliere quale utilizzare nel nostro rapporto personale con Dio.

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