Domenica 16 ottobre

Nel commentare il Vangelo di domenica scorsa, abbiamo messo in evidenza la differenza esistente tra la religione e la fede, e di come quest’ultima sia una relazione esclusiva con Dio, il collocarlo a fondamento della propria esistenza, l’indirizzarsi esclusivamente verso di Lui, essere come quel seme che desidera farsi fecondare da questo rapporto esclusivo. Il mezzo primario tramite cui si edifica un tale rapporto è la preghiera, che è il tema trattato dalle letture di questa domenica.

La prima lettura e il brano del Vangelo, sono concordi nel dirci che la natura della preghiera, non consiste nell’espressione istantanea di un desiderio, infatti sia Mosè che la vedova rimangono in uno stato di orazione lungo e continuo. Uno dei rischi riguardo al tema della preghiera è quello di trattarla come un “ufficio”, ovvero un’azione che segue degli orari: la preghiera del mattino, quella della sera, l’ora della celebrazione eucaristica… Quanto viene suggerito invece dalle letture a proposito di una preghiera lunga e insistente, manifesta che essa è uno status, ovvero che non si è uomini e donne “di” preghiera, bensì “in” preghiera: tutta la vita della persona è preghiera, ogni pensiero, azione e desiderio, sono un continuo dialogo nei confronti di Colui che può donarci quello che ci manca. La parola preghiera infatti, significa proprio questo: l’essere mancanti di qualcosa che solo un altro può darci, così Mosè prega per poter vincere e giungere alla terra promessa e la vedova compie questa medesima azione, in quanto assetata di giustizia. Il problema dunque non è pregare (manifestare un nostro desiderio), ma rimanere in uno stato di richiesta, in quanto Dio non è una delle tante aspirazioni, ma il grande, unico e prezioso desiderio. Solo in questo modo si avrà l’opportunità di comprendere cosa si desidera di fondamentale per la propria esistenza e se ciò che vogliamo è davvero importante.

La preghiera poi, si realizza tramite il supporto dei fratelli, proprio come Aronne e Cur che sostenevano le braccia di Mosè e quel giudice della parabola evangelica, che combatte il proprio criterio di giudizio e di comportamento, per dare giustizia a chi ne è privo: non è possibile comprendere le necessità o le mancanze del prossimo, rimanendo chiusi nelle proprie posizioni…

Perché il male non intacchi la nostra vita, non possiamo limitarci alla preghiera che si svolge in alcuni orari della giornata, ma nell’essere continuamente immersi in questo atteggiamento, per non cadere in tentazione e perché tutta la nostra esistenza sia l’espressione di una continua relazione con Dio. Sarà possibile edificare il Regno di Dio già da ora, solo nel momento in cui saremo capaci di comprendere ciò che manca al fratello e poi fare giustizia, ma ancora di più nell’istruire un rapporto “giusto”, di fede, relazionale, con Dio per mezzo di Cristo.

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