Domenica 13 dicembre – III di Avvento

Nei versetti prescelti balza con evidenza la centralità del testimone: martire nel greco, proprio per dare testimonianza e essere martire di Cristo.

Ogni testimone viene scelto per un compito particolare, specifico, quello di Giovanni si esplicita fin dall’inizio: essere martire per la Luce.

Il centro di tutto appare configurarsi proprio nella testimonianza e nel suo valore pregnante nel momento storico in cui sulle vicende del popolo d’Israele e, in fin dei conti, di tutta l’umanità, si avvicinava il momento della rivelazione della presenza del Messia.

Tutto è rivolto alla fede, tutti devono essere raggiunti dall’annuncio, a tutti è aperta la possibilità di accogliere la testimonianza e di diventare a loro volta testimoni.

Ritorna il martyrèin-martyrìa, rendere testimonianza, per tre volte, pari alle tre volte in cui ritorna baptìzein, battezzare.

Giovanni sta annunciando e battezza la gente che lo segue al Giordano, a Betania, ma la preoccupazione di chi guidava il popolo sulle vie dell’Altissimo è tanto alta da inviare una sorta di commissione d’inchiesta da parte di chi, per certi aspetti, era al potere e lo rappresentava per appurare che cosa Giovanni volesse e come volesse raggiungere il suo scopo, posto che avesse voluto riconoscerlo e dichiararlo.

Il ritmo fra domande e risposte è concitato e rapido.

Per la mentalità ebraica la domanda “Chi sei tu?” rimanda immediatamente alla Torah, non ai dati anagrafici perché l’identità era sempre pensata in relazione al Creatore.

Egli è solo un uomo, appunto uomo creato dalla mano dell’Altissimo. Uomo toccato dalla Luce che cerca la verità.

Giovanni non teme di dichiarare e affermare la sua identità “Io non sono il Cristo”. La fede risplende coniugata al coraggio della forza della testimonianza, non teme infatti di dichiararsi inferiore.

Eppure su di lui converge la testimonianza di tutto il Primo Testamento nelle sue figure tanto importanti nella tradizione ebraica quali Elia e Isaia che avevano annunciato il Messia, egli rifiuta di identificarsi con loro pur, per certi aspetti, condividendone la missione e riconfermandola.

Giovanni, martire, è una persona umile che conosce le proporzioni e le accetta, Cristo gli è indubbiamente superiore.

Il male che affligge il nostro tempo, il delirio di onnipotenza, non tocca Giovanni che però si dichiara per quello che ritiene di essere “Io sono voce di uno che grida nel deserto”, questa la sua unica e profonda identità.

Mandati dai farisei: ancora viene interrogato sul battesimo che egli spiega come un gesto in movimento verso quel battesimo che donerà Cristo.

L’acqua del battesimo toglie i peccati, lo Spirito invece illuminerà sulla strada della propria vita perché sia sempre e solo in armonia con il progetto di salvezza dell’Altissimo. La conversione è l’unica strada possibile.

L’aspetto cristologico è chiaramente evidenziato come pure l’aspetto che tocca il quotidiano vivere.

Egli si rende tanto debole da ridursi ad una sola eco ma proprio questa sua opzione lo rende grande e attraversa i secoli.

Risuona il carattere sponsale del gesto: solo lo sposo poteva riscattare la sposa, quindi il Messia, lo Sposo, sarà Colui che ci riscatterà. L’alleanza acquista il suo sapore sponsale.

La Luce che egli testimonia conduce a riconoscere lo Sposo.

Il testimone vive e comunica, tutta la nostra vita è intrisa ed inanellata di testimonianze che ci sono state trasmesse: identità del Battista, ma per ciò stesso, identità di ogni “uomo” che cerca la verità.

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