Pasqua 2026. Don Patriciello: “Annunciare il Vangelo con la vita”

Anche di fronte alle guerre e alle violenze, Gesù con la risurrezione ha vinto la morte, i nostri limiti, le nostre paure, le nostre disperazioni, le nostre fragilità. Tocca a noi, con una testimonianza credibile, portare la Buona Notizia, ci dice il parroco di Caivano

Conflitti che portano distruzione e morte in varie parti del mondo, giovani che scelgono la strada della violenza, famiglie segnate dalla crisi, un futuro che appare sempre più incerto. In un contesto così difficile irrompe la Pasqua con la sua portata rivoluzionaria: Gesù ha vinto la morte, con Lui trionfa la vita. Ma come si fa a portare agli altri questa Buona Novella in un mondo segnato dalla sofferenza? Lo chiediamo a don Maurizio Patriciello, parroco di San Paolo Apostolo a Caivano.

(Foto: ANSA/SIR)

Il mondo va a fuoco, come può portare la Pasqua una parola di speranza?
Pasqua significa che il nostro Signore Gesù Cristo, il Dio fatto uomo, è morto ed è risorto, quindi ha vinto la morte, i nostri limiti, le nostre paure, le nostre disperazioni, le nostre fragilità. Tutto questo vale per tutti i secoli, sino alla fine del mondo. Il Novecento ha conosciuto due guerre mondiali, la sanguinosa guerra civile spagnola, lo sterminio degli armeni , solo per citare qualche esempio; a me sembra quasi che la storia abbia avuto solamente pochi momenti veramente sereni tra una guerra e l’altra. Qualche volta sono state più estese, altre volte sono state a livello locale, non è un caso che Papa Francesco parlasse di una terza guerra mondiale a pezzi. Parliamo tanto dell’Ucraina o del Medio Oriente, ma ci sono anche altre guerre di cui non si parla, perché in quelle zone non c’è il petrolio, non ci sono le terre rare, non ci sono interessi grossi, è terribile. A me credente, ma anche a me uomo, spaventa anche il fatto che ogni anno ci sono 50 milioni di bambini che non facciamo nascere senza nessuna guerra, che si potrebbero accogliere con un poco di solidarietà: pure il dramma dell’aborto esiste, ma nessuno ha voglia di parlarne. Come facciamo a parlare della pace in un contesto così? Come abbiamo fatto sempre. Non dimentico mai che Chiara Lubich sentì che il Signore la stava chiamando a qualcosa di grande mentre stava nei rifugi nella sua città a Trento, durante la seconda guerra mondiale. Non dimentico che ad Auschwitz, mentre l’umanità andava perdendo tutti i suoi connotati, anche più elementari, ci sono state persone come Edith Stein (Santa Teresa Benedetta della Croce, ndr) e San Massimiliano Maria Kolbe, che proprio in quell’inferno hanno fatto nascere un fiore di speranza.

Dobbiamo continuare ad annunciare il Vangelo ed essere profezia.

In che modo possiamo essere profezia?
Non posso pretendere che i potenti della terra, in preda a un delirio di onnipotenza, si tendano la mano e se la stringono, quando all’interno della mia famiglia, della mia parrocchia, della mia Chiesa locale, non riesco a vivere in pace con i miei confratelli, con mio fratello, con mia cognata e certe volte per dei motivi veramente un po’ meschini. Allora,

noi possiamo essere profezia dimostrando che possiamo e sappiamo vivere in pace.

Vediamo anche tanta violenza esercitata da giovanissimi…
Il problema dei ragazzi chiama in causa gli adulti. Dobbiamo chiederci con grande serietà in che modo abbiamo passato il testimone ai nostri figli, cosa abbiamo insegnato loro. Tanti di loro hanno genitori separati e i figli sono quelli che pagano di più il peso di una separazione, di un divorzio, perché sono destabilizzati e perdono il loro nido di protezione. Non solo: i ragazzi si svegliano la mattina e basta che accendano la televisione o guardino il cellulare per vedere che i grandi si fanno la guerra in modo disumano, che ancora oggi persone muoiono nei nostri mari e noi continuiamo a vivere come se niente fosse. Se pensiamo poi a quello che è successo a Parco Verde, con delle bambine stuprate da minorenni, io l’ho detto a tutti, dalla ministra Eugenia Roccella ai parlamentari: se a questi bambini basta un click per arrivare a vedere tutte le “schifezze” che gli adulti fanno a tutti i livelli e non riusciamo a evitare che i ragazzini accedano a questi contenuti, ci meravigliamo se loro vogliono sperimentare e ripetere quello che hanno visto? Noi adulti li abbiamo derubati dell’infanzia, dell’adolescenza, delle prime emozioni, di un bacio, di una carezza, di un abbraccio, li abbiamo derubati di tutto, li abbiamo scaraventati in una pornografia terribile e poi ci meravigliamo. Di fronte a questo, la Pasqua è il contrario della rassegnazione, il contrario della disperazione, la Pasqua vuol dire speranza, luce, vita, rinascita, ricominciare daccapo, iniziare un altro capitolo del libro della vita, la Pasqua vuol dire veramente vittoria su tutto, ma è necessario che noi accogliamo questo annuncio. Il Padre Eterno ci rispetta anche quando sbagliamo e non interviene, perché Lui vuole essere tutto tranne che un Dio tappa buchi.

In una società che vive tutte queste difficoltà, come si fa a scalfire i cuori che sono chiusi e che vogliono restare tali?
Questa è una domanda che mi sono posto tante volte e mi sono detto: se il Padre Eterno stesso è così rispettoso della nostra libertà vuol dire che questa è la strada. Il Vangelo è una proposta. Il 25 marzo abbiamo celebrato l’Annunciazione: a Maria viene fatta una proposta, non viene imposto niente, era libera di dire no, di coltivare il suo sogno d’amore con Giuseppe, invece ha lasciato che l’incontro con l’Angelo deviasse i suoi progetti. Questo avviene quando Dio irrompe in una vita: ha bisogno del mio sì, del mio eccomi. Noi, allora,

possiamo annunciare la Buona Notizia, ma il Vangelo, prima di essere una parola annunciata, è una vita vissuta.

In un’Italia che ha duemila anni di Vangelo alle spalle, oggi troviamo persone che non l’hanno mai letto, ma che possono “leggere” la vita di coloro che annunciano la Buona Notizia. Risuonano ancora le parole di Paolo VI: il mondo oggi non ha bisogno di maestri, ma di testimoni. La famosa frase “Da che pulpito viene la predica” dovrebbe stimolare tutti noi a evitare di dire una cosa e farne un’altra per essere testimoni credibili. Possiamo anche non parlare di Dio direttamente, ma vivere in modo che un giorno qualcuno ci possa chiedere: tu perché stai agendo in questo modo? Qualche giorno fa Patrizia, la mamma del piccolo Domenico Caliendo, è venuta in chiesa e abbiamo celebrato la messa perché il Signore dia tanta forza alla famiglia. Ed è successa una cosa bellissima: abbiamo un’associazione, Core ‘a Core, che porta di sera la cena ai senzatetto a Napoli; insieme ai volontari è andata anche Patrizia. Per me quel gesto vale molto più della cena stessa perché vuol dire aver trasformato il dolore e la rabbia in amore, la disperazione in speranza.

In gesti concreti si vede la Buona Notizia?
Sì, per me la Pasqua è questa. Che sarebbe l’Italia senza la Pasqua, senza il Triduo santo, senza la domenica delle Palme, senza le nostre parrocchie dove a tutte le ore vengono a bussare per avere un pezzo di pane o una parola di speranza? Io non riesco a vederla un’altra Italia. Noi diamo questo per scontato, ma non è così. Ci sono tanti orrori, penso alla crudeltà dei giovani scafisti di 19 e 22 anni che avevano un cuore così indurito da buttare migranti morti in mare al largo della Grecia. O alla spietatezza di camorristi e mafiosi come Giovanni Brusca, che rapì e fece sciogliere nell’acido Giuseppe Di Matteo in un modo disumano dopo 779 giorni di prigionia. Questi orrori che ci fanno dire: c’è gente che ha perso l’umanità. Eppure, ci sono in circolo anche tanti valori che sono eredità del Vangelo. Ad esempio, la solidarietà altro non è che la pietà cristiana, la misericordia cristiana in senso laico. Ma attenzione: tutto questo patrimonio rischia di morire se non viene rinfocolato. Non possiamo vivere di rendita sulla fraternità, sull’uguaglianza, sulla giustizia. Come la democrazia deve essere conquistata ogni giorno di nuovo, così occorre riannunciare il Vangelo ad ogni generazione, ma come diceva Benedetto Croce i valori che passano da una generazione all’altra sono dei rami secchi se non sei capace di rifarli germogliare di nuovo. Bisogna fare in modo che la fede diventi patrimonio dei nostri figli. E per far questo torniamo al punto di partenza: serve una testimonianza credibile.

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