Papa nelle Isole Canarie. Mons. Pérez (Gran Canaria): “Dietro le statistiche dei flussi migratori, storie di speranza e resilienza”

Viaggio di Papa Leone nelle isole Canarie. “L'arcipelago – ci spiega il vescovo - si trova a poco più di 100 chilometri dalla costa africana, il che lo rende una delle principali porte d'accesso all'Europa. Questa posizione strategica ha trasformato le Canarie in uno spazio di transito, accoglienza e, a volte, blocco migratorio”.  

(Foto Calvarese/SIR)

“È il primo Papa nella storia a visitare le Isole Canarie, e ciò rende questo viaggio ancora più significativo”. E’ mons. José Mazuelos Pérez, vescovo delle Isole Canarie, a presentare al Sir la visita che Papa Leone compirà in Spagna, dal 6 al 12 giugno. Dopo le tappe a Madrid e Barcellona, il Santo Padre sarà accolto a Tenerife e Gran Canaria. “Troverà una Chiesa che desidera ardentemente sentirsi vicina al Santo Padre”, dice subito mons. Pérez, che aggiunge: “Una Chiesa che ha vissuto in prima persona la secolarizzazione, ma che non si è arresa. Anzi, con gioia e speranza, ha abbracciato la sinodalità per affrontare insieme l’evangelizzazione, aprendo percorsi di primo annuncio e accogliendo tanti figli e figlie prodighi stanchi delle menzogne del mondo materialista”.

Perché il Papa ha scelto di includere Tenerife e Gran Canaria nella sua visita in Spagna?

L’arcipelago delle Canarie si trova a poco più di 100 chilometri dalla costa africana, il che lo rende una delle principali porte d’accesso all’Europa.

Questa posizione strategica ha trasformato le Canarie in uno spazio di transito, accoglienza e, a volte, blocco migratorio.

Papa Francesco ha espresso in diverse occasioni la sua vicinanza al popolo e alla Chiesa delle Canarie, che stavano affrontando una significativa crisi migratoria con l’arrivo di molti minori e di numerose piccole imbarcazioni e canoe. Ha espresso il desiderio di venire per essere vicino e incoraggiare il popolo delle Canarie. Credo che anche Papa Leone XIV condividesse questa sensibilità, ed è questo il motivo della sua visita alle due diocesi delle Canarie, per far luce su questa realtà migratoria, che rappresenta una sfida globale e soprattutto una sfida per l’Europa. E allo stesso tempo, per cercare di denunciare la catastrofe della cosiddetta rotta atlantica, una delle più pericolose al mondo, che ha visto un notevole aumento negli ultimi anni. Le imbarcazioni che arrivano – piccole imbarcazioni e gommoni – partono solitamente dal Senegal, dalla Mauritania, dal Gambia o dal Marocco e intraprendono viaggi che possono superare i 1.500 chilometri. Le condizioni del viaggio, la precarietà delle imbarcazioni e la mancanza di risorse di soccorso in mare provocano un numero elevato di vittime, molte delle quali scomparse.

Qual è la situazione? E come hanno reagito la Chiesa e la popolazione a questi arrivi?

Al di là di cifre e statistiche, la realtà della migrazione nelle Isole Canarie è segnata da storie personali di sofferenza, speranza e resilienza.

L’esperienza della sfida migratoria, la separazione familiare, il trauma del viaggio e l’incertezza giuridica creano uno scenario che richiede una risposta etica e umanitaria. La Chiesa, a partire dalla sua missione pastorale, si colloca proprio a questo livello umano, dove la dignità è riconosciuta nel volto concreto del migrante. E segue gli insegnamenti che il recente Magistero ha elaborato come spiritualità dell’ospitalità. Papa Francesco, nei suoi messaggi per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, riassume l’azione pastorale in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare.

E concretamente cosa significa?

Le diocesi delle Isole Canarie, insieme alla Caritas e ad altre entità ecclesiali, hanno istituito spazi di accoglienza, sostegno e ascolto. Offrono: beni di prima necessità (cibo, vestiario, igiene); assistenza psicologica e spirituale; sostegno nel processo di elaborazione del lutto legato alla migrazione; spazi di accoglienza sicuri per persone sotto tutela e donne. E, soprattutto, in collaborazione con le nostre diocesi sorelle in Spagna, è stato istituito il cosiddetto Corridoio dell’Ospitalità. Questa accoglienza non si limita alle situazioni di emergenza, ma mira a ripristinare la dignità ferita e a ricordarci che: ogni migrante è una persona reale, non un numero. La dignità umana precede qualsiasi legislazione.

La vulnerabilità non diminuisce la dignità, ma richiede una maggiore protezione.

Questa prospettiva umanizzante permette alla Chiesa di posizionarsi su un piano diverso dal dibattito politico, offrendo una prospettiva etica che privilegia la persona rispetto a qualsiasi altro interesse.

Non è facile però lavorare sull’integrazione, in un contesto di forti arrivi migratori. Come fate?  

L’integrazione è intesa come un processo bidirezionale che trasforma sia chi arriva che chi lo accoglie. La Chiesa nelle Isole Canarie, attraverso il suo lavoro pastorale, la sua voce profetica e il suo impegno verso i più vulnerabili, ha dimostrato che è possibile rispondere con umanità in mezzo all’incertezza.

La sua presenza sui moli, nei centri di accoglienza, nelle parrocchie e nei quartieri è segno concreto del Vangelo incarnato nella storia.

In questo contesto, la Chiesa delle Canarie è chiamata a mantenere viva la speranza. Non una speranza ingenua o superficiale, ma una speranza cristiana, radicata nella certezza che Dio agisce nella storia e accompagna il suo popolo in ogni sfida. L’arrivo dei migranti non è solo una sfida pastorale: è anche un’opportunità per rinnovare l’identità missionaria della Chiesa, per allargare il cuore della comunità e per scoprire nuovi volti di Cristo in coloro che arrivano in cerca di vita.

Quale messaggio vi aspettate dal Papa?

Penso che il messaggio che ci aspettiamo sia di incoraggiamento e speranza a continuare a camminare con gioia sulle orme di Gesù e, soprattutto, speriamo che ci mostri come essere autentici testimoni dell’amore di Dio in questa società sempre più secolarizzata. Per quanto riguarda la realtà della migrazione, speriamo che il Santo Padre ci aiuti a lavorare sulle sfide che ci troviamo ad affrontare come Chiesa, rifiutando discorsi che alimentano la paura o la xenofobia, denunciando la mancanza di percorsi legali e sicuri, porre fine alle attuali rotte mortali e promuovendo un approccio pastorale stabile, non meramente reattivo, alla migrazione.

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