La serata di gala del China Central Television, il tradizionale CCTV Spring Festival Gala, ha assunto quest’anno un valore che eccede la dimensione spettacolare. CCTV è la principale emittente televisiva pubblica della Repubblica Popolare Cinese, fondata nel 1958. È controllata dallo Stato e svolge una funzione centrale nel sistema mediatico cinese. Davanti a un pubblico stimato in centinaia di milioni di spettatori, una dozzina di umanoidi prodotti da Unitree Robotics – una azienda specializzata nella ricerca, sviluppo, produzione e vendita di robot ad alte prestazioni, fondata dieci anni fa – ha eseguito sequenze coreografiche complesse – arti marziali, salti acrobatici, backflip – con una fluidità che solo pochi mesi fa sarebbe apparsa sperimentale. Vedendo lo spettacolo la tentazione è stata quella di considerarlo un deepfake, un video falso generato proprio dall’intelligenza artificiale. Invece è stata realtà fisica, analogica. Non si è trattato soltanto di intrattenimento: è stata un’operazione simbolica di politica industriale in diretta globale. Negli ultimi anni il dibattito sull’intelligenza artificiale si è concentrato prevalentemente sulla dimensione immateriale: modelli generativi capaci di produrre testo, immagini, codice. Un’AI linguistica, per così dire, confinata nello spazio bidimensionale dello schermo.
La cosiddetta physical intelligence di cui la robotica è espressione eloquente, introduce invece una discontinuità qualitativa: sistemi che apprendono e agiscono in ambienti fisici, dove intervengono gravità, attrito, rumore sensoriale, incertezza dinamica. L’esibizione televisiva ha reso visibile questa soglia. Se l’AI generativa ha già inciso sugli equilibri cognitivi e informativi globali, la sua incarnazione robotica promette di intervenire sulle infrastrutture produttive: manifattura, logistica portuale, magazzini automatizzati, assistenza alla persona. Difesa. La posta in gioco non è semplicemente l’efficienza, ma la ridefinizione delle catene del valore e della sovranità tecnologica. La rapidità del progresso, evidente nel confronto con i prototipi dell’anno precedente, segnala una traiettoria di apprendimento accelerato: miglioramento della locomozione dinamica, controllo motorio più stabile, integrazione sensori-attuatore più robusta. Qualcuno ha ipotizzato che i robot in realtà non fossero gestiti da un’AI, ma da un ballerino in carne ed ossa che nelle quinte facesse gli stessi gesti. È possibile, ma resta il fatto che la fluidità del gesto, qualunque fosse l’input replicato, resta impressionante.
La questione non è più se tali sistemi saranno economicamente rilevanti, ma quando e in quale configurazione istituzionale. In questo senso, la serata televisiva ha funzionato come un dispositivo performativo: non ha mostrato solo robot che si muovono, ma un modello di futuro industriale che prende forma pubblicamente. In Cina però, non qui in Europa, perlomeno non così e non nell’immediato futuro. Nel contesto sociotecnico in cui viviamo la questione non è solo economica, è sempre anche geopolitica, valoriale e democratica. Non è necessario scomodare Cassandra, è sufficiente accendere una Tv. Ed in rete già gira un video, questo probabilmente falso, in cui gli stessi robot imbracciano un mitragliatore. Siamo in ballo. Letteralmente.

