Il messaggio dei Vescovi italiani per la 48sima Giornata per la Vita richiama l’attenzione di tutti su una priorità – che comporta una grande responsabilità – che dovrebbe essere ovvia e invece oggi appare spesso smarrita: “Prima i bambini”. Non è sentimentalismo buonista, ma è la prospettiva da cui guardare l’uomo e l’umano, un serio criterio con cui valutare le scelte personali, sociali e politiche. “Prima i bambini” significa porsi sulla linea di quel moto storico che in nome dell’uguale dignità umana ha liberato dalla subordinazione e dall’emarginazione intere categorie di esseri umani: gli schiavi, le donne, i neri… i bambini, appunto. Lo ricordano i vescovi nel loro messaggio: la “visione evangelica dell’infanzia, che ha condotto l’umanità intera a una considerazione progressivamente più rispettosa degli inizi della vita, si ispira anche la nostra migliore cultura giuridica, che evidenzia il “superiore interesse del minore”: in qualsivoglia situazione, i bambini sono quelli che vanno prima di tutto accolti e protetti, insieme alla loro famiglia, in modo che possano crescere quanto più liberi e felici”. I Vescovi non parlano in astratto; guardano una realtà segnata da una profonda crisi generativa, da un diffuso senso di insicurezza e da una solitudine che pesa soprattutto sulle donne e sulle famiglie. In questo scenario, il bambino rischia di essere percepito come un ostacolo: alla realizzazione personale, alla stabilità economica, alla libertà individuale. Dire “prima i bambini” significa allora comprendere che non sono i bambini a togliere futuro, ma è spesso la mancanza di fiducia e di speranza nel futuro, l’egoismo che impedisce di donarsi, a togliere spazio ai bambini.
Ogni comportamento lesivo dei diritti dei bambini – suggerisce il messaggio – non solo fa regredire la civiltà, ma avvilisce anche l’umanità degli adulti.
La storia infatti avanza verso un maggiore livello di civiltà tutte le volte che abbraccia nel riconoscimento della piena, intrinseca e uguale dignità categorie di esseri umani prima esclusi. Così è stato e deve essere, appunto, per i bambini. I bambini non sono oggetti o mezzi, ma soggetti, persone. La strada percorsa quindi può essere misurata leggendo le carte e i trattati internazionali che hanno applicato ai fanciulli la più vasta enunciazione dei diritti dell’uomo. Da una posizione periferica e subalterna il figlio ha acquistato nel pensiero della modernità una posizione centrale, tanto più nella famiglia.
Tutto questo ha molto a che fare con il motivo per cui è stata istituita dai Vescovi Italiani la Giornata per la vita. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che essa è stata voluta in concomitanza con l’approvazione della legge sull’aborto proprio per esortare alla non rassegnazione, per tenere sveglie le coscienze rispetto al rischio dell’assuefazione e quindi per motivare relazioni capaci di proteggere ogni nascituro e offrire un effettivo e concreto sostegno a ogni donna affinché possa accogliere il figlio o la figlia che culla in seno. Il messaggio dei Vescovi, infatti, proprio perché abbraccia tutti i bambini vittime delle molteplici sopraffazioni dei “grandi”, include anche i “bambini “fabbricati” in laboratorio per soddisfare i desideri degli adulti: a loro viene negato di poter mai conoscere uno dei genitori biologici o la madre che li ha portati in grembo. Pensiamo ai bambini cui viene sottratto il fondamentale diritto di nascere, probabilmente perché non risultano perfetti in seguito a qualche esame prenatale”.
Nessuna meraviglia per l’inclusione tra i bambini anche di coloro che non sono ancora nati. Del resto nel preambolo della Convenzione sui diritti dei bambini si legge: “Il fanciullo, a causa della sua immaturità̀ fisica e intellettuale, ha bisogno di una particolare protezione e di cure speciali compresa un’adeguata protezione giuridica, sia prima che dopo la nascita”. La nascita, dunque, non è l’inizio della fanciullezza, ma una tappa della fanciullezza. Il linguaggio è fondamentale, le parole veicolano la verità o la menzogna: non “grumi di cellule”, dunque, ma bambini; non “pre-embrioni”, ma bambini; non “progetti di vita”, ma bambini; non uomini in potenza, ma uomini-bambini in atto … i più bambini dei bambini. Posizione bigotta, oscurantista, reazionaria, conservatrice? Tutt’altro. La Chiesa quando ci sono di mezzo i più poveri dei poveri, i più emarginati, i più dimenticati, i più espulsi dalla società è più avanti di tutti i cd. “progressisti” perché è la punta di diamante del più nobile pensiero laico. Nell’udienza generale del 25 novembre scorso, papa Leone XIV ha esortato tutti a testimoniare con le opere che “Dio è l’amante della vita” e ha aggiunto: “Non abbiate paura di accogliere e difendere ogni bambino concepito”. Il 20 settembre 2013 papa Francesco ha detto ha detto: “Ogni bambino non nato, ma condannato ingiustamente ad essere abortito, ha il volto di Gesù Cristo, ha il volto del Signore”.
A Cuba, insieme al Patriarca ortodosso di Mosca, Kirill, Egli ha sottoscritto il documento comune dove, al punto 21, si legge l’invocazione: “chiediamo a tutti di rispettare il diritto inalienabile alla vita. Milioni di bambini sono privati della possibilità stessa di nascere al mondo. La voce del sangue di bambini non nati grida verso Dio”. Rivolgendosi al Parlamento Europeo, a Strasburgo, il 25 novembre 2014, Egli ha qualificato l’aborto una uccisione che manifesta la cultura dello “scarto”: “l’essere umano rischia di essere ridotto a semplice ingranaggio di un meccanismo che lo tratta alla stregua di un bene di consumo da utilizzare, cosicché – lo notiamo purtroppo spesso – quando la vita non è funzionale a tale meccanismo viene scartata senza troppe remore, come nel caso dei malati, dei malati terminali, degli anziani abbandonati e senza cura, o dei bambini uccisi prima di nascere”. San Giovanni Paolo II chiude l’Enciclica “Evangelium Vitae”, trent’anni quest’anno e sempre attualissima, con una preghiera a “Maria, ancora di un mondo nuovo, madre dei viventi” e le affida “la cura della vita” e la prega: “guarda, o Madre, il numero sconfinato di bambini cui viene impedito di nascere”. La Santa di Calcutta parlava di “olocausto”.
Certamente, assolutamente, la violenza dell’uomo adulto sull’uomo bambino è di una gravità inaudita e altrettanto lo sono le sofferenze che i grandi infliggono ai piccoli, perciò, giustamente, la violenza e la sofferenza sono giudicate negativamente. Nessuna legge le veicola e organizza una società per realizzarle. Per i bambini non ancora nati, invece, il discorso è diverso, rovesciato: larga parte della società è organizzata per sopprimerli addirittura considerando “doveroso” impedire loro di nascere. E allora, se non si può cambiare la legge 194, che si dica almeno che il bambino è bambino e che lo Stato dimostri con i suoi strumenti che ci crede. Che si favorisca almeno una preferenza per la nascita, che si aiutino le madri in difficoltà, i padri, le famiglie a non impedire la nascita dei loro bambini. Che si costruisca tutti insieme una difesa del diritto a nascere che passa attraverso la mente, il cuore e il coraggio delle donne abbracciate e non lasciate sole. Non si tratta di condannare, ma di “ribadire con forza che la tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento imprescindibile di ogni altro diritto umano. Una società è sana e progredita solo quando tutela la sacralità della vita umana e si adopera attivamente per promuoverla” (papa Leone XIV, 9 gennaio 2026). La Giornata per la Vita nasce proprio da questa consapevolezza che però non può ridursi solo alla prima domenica di febbraio di ogni anno, ma deve far crescere una rinnovata fedeltà a ciò che ci rende davvero umani.

