Non sappiamo chi decide cosa leggeremo domani. Non è un segreto di Stato: è un vuoto. Dietro il flusso di notizie che ogni giorno ci raggiunge non c’è un volto, non c’è una firma, non c’è nessuno a cui chiedere conto. Il potere non è più diffuso, ma concentrato. Leone XIV, nel messaggio per la LX Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, nomina questo vuoto: “una manciata di aziende” che può “riscrivere la storia umana – compresa la storia della Chiesa – spesso senza che ce ne si possa rendere realmente conto”. Non è linguaggio diplomatico. È una diagnosi politica, e insieme un richiamo a non confondere l’innovazione con il progresso.
È raro che un documento magisteriale parli con tale franchezza della concentrazione del potere. Eppure è proprio questo il cuore del messaggio: non una riflessione astratta sui rischi della tecnologia, ma l’indicazione precisa di un problema politico. Pochi soggetti privati, non eletti e non trasparenti, controllano le infrastrutture attraverso cui passa gran parte dell’informazione mondiale. E lo fanno secondo logiche che premiano l’emozione rapida, penalizzano la riflessione, chiudono le persone in bolle di facile consenso. Il Papa non usa giri di parole: parla di “architetti” capaci di modellare la percezione della realtà in modo invisibile.
C’è qualcosa di nuovo in questa denuncia. Per anni il dibattito pubblico ha trattato le piattaforme digitali come spazi neutrali, semplici contenitori. La Silicon Valley ha coltivato con cura questa narrazione: noi forniamo strumenti, l’uso dipende da voi. Leone rovescia la prospettiva. Gli strumenti non sono mai innocenti. Chi progetta un algoritmo compie scelte che hanno conseguenze su milioni di vite. Chi decide quali contenuti amplificare e quali silenziare esercita un potere che un tempo apparteneva agli Stati, alle Chiese, alle istituzioni culturali. La differenza è che oggi questo potere non risponde a nessuno, se non ai propri azionisti.
Il passaggio più significativo, per chi lavora nell’informazione, riguarda i media. Il Papa scrive che le imprese della comunicazione “non possono permettere che algoritmi orientati a vincere a ogni costo la battaglia per qualche secondo di attenzione in più prevalgano sulla fedeltà ai loro valori professionali”. È un richiamo che mette il giornalismo di fronte a una scelta: diventare argine o complice. Argine, se resiste alla tentazione di inseguire l’algoritmo e continua a fare ciò che nessuna macchina può fare – stare nei luoghi, verificare, distinguere il vero dal verosimile. Complice, se cede alle logiche della viralità, se rinuncia alla fatica del racconto per il conforto della compilazione automatica.
Non è un manifesto luddista. Leone chiede un’alleanza tra soggetti diversi – industria, legislatori, educatori, giornalisti – per costruire una cittadinanza digitale consapevole. Responsabilità, cooperazione, alfabetizzazione: sono i tre pilastri che indica. Ma resta, sullo sfondo, una domanda: chi custodirà i custodi? Chi vigilerà su quella manciata di aziende che può riscrivere la storia senza renderne conto a nessuno?
La risposta non può venire solo dalle istituzioni. Passa per la coscienza di chi produce informazione, di chi la consuma, di chi la regola. È una responsabilità diffusa, che non ammette deleghe. Perché custodire volti e voci umane significa, alla fine, custodire la possibilità stessa di una società libera e informata.

