Il cuore di carbonio che il silicio non può conquistare

Nel messaggio per la 60ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, Leone riflette sull’intelligenza artificiale come sfida esistenziale. Il riconoscimento, la coscienza e la relazione sono elementi essenziali dell’umano che nessuna macchina può imitare. Solo nella libertà e nella somiglianza con Dio l’uomo può realizzare pienamente la propria identità e vocazione

(Foto MJ/SIR)

Ti assomiglia. È il complimento più bello che un padre, una madre possano sentirsi dire di fronte a una culla. Quella vita nascente è frutto di una relazione, e quel volto – un giorno quella voce – diranno un reciproco riconoscimento. È la dinamica dell’essere immagine e somiglianza di Dio: non singole facoltà o capacità, ma una libertà che nasce e cresce in una libera relazione fatta di darsi e accogliere. Riconoscersi: questi è il mio figlio amato che diventa la preghiera del Padre Nostro in cui siamo battezzati e rinati una seconda volta come figli. Che possono assomigliare al Padre perché nella relazione con Lui riconoscono i tratti del nostro essere ed esserci per Grazia.

Il mondo delle macchine oggi è mediazione di molte relazioni, l’antropomorfizzazione delle connessioni stabilisce spesso un mimetismo che confonde e da cui spesso e volentieri ci lasciamo confondere. Papa Leone non usa la parola riconoscimento, ma essa è alla base della riflessione che consegna alla Chiesa e al mondo nella festa di San Francesco di Sales. L’essere umano è tale perché ha una coscienza e la coscienza ha una struttura originaria che si incardina sulla dinamica del riconoscimento. Esso è il fulcro vitale della società umana e della socialità umana.

Lottiamo per essere riconosciuti, viviamo perché qualcuno dice il nostro nome con quell’inflessione tutta particolare che chiamiamo amore, affetto, stima. Impariamo riconoscendo l’altro e riconoscendoci nell’altro. Non sempre in modo simmetrico, ma tuttavia necessario e necessitante: incontrare e riconoscerci espande la nostra coscienza, la stima che abbiamo di noi stessi, delle relazioni, la fiducia nel mondo, l’anelito della speranza. Siamo unicità e differenza, riconoscere noi stessi e riconoscere l’altro passa dal dirsi nella nostra unicità e nel darsi in quella similitudine che permette la reciproca consegna. Questo è il cuore anche dell’antropologia cristiana perché l’umano risponde a queste dinamiche rispetto all’altro da sé ma anche, anzi soprattutto, rispetto all’Altro da sé che gli si rivela in pienezza nella riconoscibilità di un volto, che ha i tratti dell’umano di Maria, e una voce che, fattasi carne, può essere compresa, seguita, ascoltata.

Leone ci domanda perché dovremmo rinunciare a tutto questo. Cosa dovremmo farcene dell’energia avanzata dalla fatica del pensare, del vedere, del giudicare, dell’agire demandato a una macchina? Il tempo risparmiato delegando funzioni e velocizzando processi in quale modo potrebbe diventare un qui e ora migliore di quello in cui è fiorita la Cappella Sistina, le sinfonie di Beethoven, lo sbarco sulla Luna e i disegni dei nostri nipoti sul frigorifero in cucina? La macchina non è un nemico, il nemico unico è l’umano che non ha compreso cosa farsene davvero della macchina. L’intelligenza artificiale non è una minaccia, la minaccia è un umano che non comprende che diventare pienamente umano è l’unica fonte possibile di gioia autentica e imperitura. La questione non è prima di tutto politica, economica, giuridica o teologica. È esistenziale. San Francesco di Sales nella Filotea scrive: “Chi conquista il cuore dell’uomo conquista tutto l’uomo”. La macchina non è capace di conquistare un cuore umano, si può solo regalarglielo senza che neppure essa ne possa avere contezza. Non assomigliamo al silicio, abbiamo il volto rugoso di nostra nonna. Si chiama vita, la versione migliore del carbonio su questo pianeta.

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