Giubileo 2025. Fr. Semeraro: “La speranza esige di mettersi in moto, altrimenti resta solo la disperazione”

Fratel MichaelDavide Semeraro traccia un bilancio del Giubileo della speranza: un anno vissuto come cammino di conversione e segno profetico per la Chiesa. In un mondo ferito da guerre e in crisi di futuro, la speranza cristiana diventa testimonianza credibile, capace di coinvolgere anche chi è lontano dalla fede

(Foto La Valsusa)

“La speranza esige di mettersi in moto: altrimenti non c’è che disperazione”, in un mondo in preda alle guerre e in crisi di futuro. Fratel MichaelDavide Semeraro, monaco benedettino, traccia per il Sir un bilancio del Giubileo che sta per concludersi. “Quanto più siamo cristiani sereni, tanto più saremo credibili”, l’indicazione di marcia per continuare il cammino.

Come ha vissuto, personalmente, questo anno giubilare e quale bilancio ne traccerebbe a partire dalla sua esperienza? 

Come un anno di grazia, anche perché Papa Francesco lo inaugurato e suggellato con la su carica profetica, incoraggiando la Chiesa ad un cammino di conversione, e Papa Leone lo ha portato avanti dando un nuovo passo alla Chiesa e insistendo sulla grande responsabilità che essa ha nel costruire pace e fraternità. E’ come se il tema scelto, la speranza, si stesse concretizzando: abbiamo pellegrinato nella speranza, affrontando anche una situazione molto difficile, con i conflitti che perdurano, come quello tra Israele e Palestina. Come ci insegna San Paolo,

bisogna sperare contro ogni speranza, e la speranza ha nutrito i cuori, sia dentro che fuori la Chiesa.

Ed è bellissima questa capacità della Chiesa di condividere il suo cammino con tutte le donne e gli uomini di buona volontà.

Questo è stato senz’altro un Giubileo particolare: aperto da un papa, sarà chiuso dal suo successore. Come leggere questa caratteristica, e quali impronte dei due pontefici, secondo lei, risultano più evidenti?

Papa Francesco ha dato all’anno giubilare un aspetto profetico, che per alcuni nella Chiesa è stato anche problematico. Ha provocato molto la Chiesa al suo interno affinché capisse come ri-situarsi nella fedeltà al Vangelo, soprattutto nell’attenzione ai più poveri e a coloro che sono ai margini o addirittura esclusi dalla società.

Papa Leone, facendo tesoro dell’eredità del suo predecessore, sta portando la Chiesa a concentrarsi sugli aspetti intraecclesiali, sul bisogno di conversione alla fraternità interna. La sua priorità è una Chiesa che sappia riconciliarsi al suo interno per essere non solo provocatrice ma esempio, modello di fraternità anche nella capacità di gestire conflitti, differenze e malintesi che pure sono presenti.

 Nel momento in cui il Giubileo della speranza si chiude, siamo ancora preda della violenza insensata della guerra. La pace, cifra del pontificato di Leone XIV Fin dalle sue prime parole, è una chimera, in un mondo in crisi di futuro? 

No, perché Papa Leone, per quello che può, la sta costruendo e chiede a tutte le persone che si riferiscono a lui di vivere anzitutto la pace interiore, di essere un faro di speranza per i conflitti che affliggono l’umanità. La sua calma, la sua gentilezza, la sua discrezione sono già una testimonianza eloquente della direzione verso cui incamminarsi.

 Si calcola che in tutto l’anno giubilare siano convenute a Roma più di 33 milioni di persone. Che popolo è quello che si è messo in cammino? E come è stato interpretato il pellegrinaggio giubilare da coloro che non frequentano i circuiti ecclesiali?

Alla fine l’umano è tale perché ha una dimensione trascendente, altrimenti non lo è. Tutto questo, al di là del fatto che si configuri o meno in qualcosa di dogmatico o in una dottrina religiosa. La fede in Gesù all’interno di una comunità confessionale per noi cristiani praticanti è vissuta con una certa consapevolezza, però la realtà di Gesù corrisponde ad un’esigenza profonda che comunque sta nel profondo del cuore anche di chi non la pratica con consapevolezza. C’è un desiderio che abita gli uomini e le donne del nostro tempo, e che esercita un forte richiamo anche tra coloro che consideriamo lontani.

Quando la Chiesa cattolica propone un’esperienza come il Giubileo, con i suoi simboli e suoi riti, come il pellegrinaggio, propone un cammino che risponde al desiderio di ogni uomo e ogni donna di avere davanti a sé un orizzonte. La speranza esige di mettersi in moto, è un modo di vivere: altrimenti non c’è che disperazione.

 Giovani, migranti, anziani, poveri sono i destinatari privilegiati del messaggio giubilare, come si legge nella “Spes non confundit”. Abbiamo imparato, in questo anno, a guardare il mondo e a leggere la realtà partendo dalle periferie?

La grande spinta che Papa Francesco ha dato alla Chiesa, di fatto, coincide con il Concilio Vaticano II. Non a caso Paolo VI addita alla Chiesa, tra le tante icone, quella del Buon Samaritano. Vedremo come Papa Leone la espliciterà, con il suo stile e il suo gusto. Il Concilio è stato un evento ecclesiale che è stato vissuto sotto l’influsso dello Spirito Santo e da cui non si torna indietro. La Chiesa è concepita come sacramento di salvezza, ma comprende meglio che il suo essere sacramento di salvezza non può attuarsi se la Chiesa non è capace di compassione esterna verso l’umanità.

La Chiesa è l’invenzione della compassione di Cristo per l’umanità: da questo non si può tornare indietro.

 “Sparire perché rimanga Cristo”, il motto al centro della prima omelia di Papa Leone, che ha sintetizzato il messaggio del Giubileo in una parola – amore – citando Paolo VI. Quanto è credibile oggi, secondo lei, la testimonianza cristiana nel mondo? E come continuare il viaggio?

Noi cristiani nel mondo abbiamo una grande grazia: poter essere testimoni sereni. Non dobbiamo più conquistare spazi.

Non siamo la gendarmeria dell’umanità, siamo testimoni che Dio ama il mondo così com’è, ed è questo amore che può trasformare il mondo e lanciare cammini di conversione.

Quanto più siamo cristiani sereni, tanto più saremo credibili. Dio è paziente con noi e noi dobbiamo essere  pazienti anzitutto con noi stessi, con i nostri errori e le nostre contraddizioni. Se si è consapevoli che Dio ha pazienza,  si diventa testimoni pazienti anche verso gli altri.

 

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