Vocazioni. Relazione, fragilità, dialogo e cura al centro del cammino di santità

Al 49° Convegno nazionale vocazioni, i direttori di alcuni uffici Cei hanno rilanciato una visione di santità come incontro tra grazia e libertà, radicata nella vita concreta. Dalla pastorale giovanile alla famiglia, dalla fragilità al dialogo interreligioso fino alla tutela dei minori, emerge un appello a rigenerare l’ordinario e a camminare insieme nei territori

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

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“Niente conclusioni. Quanto ascoltato diventi lavoro aperto e avvii processi nei territori dove scorre la vita”. Così don Michele Gianola, direttore Ufficio nazionale per la pastorale delle vocazioni della Cei, ha chiuso oggi i lavori del 49° Convegno nazionale vocazioni, promosso dal suo Ufficio a Roma (3-5 gennaio) sul tema “Aspirate alla santità, ovunque siate”. Nell’affermare che la Chiesa non è composta da individui isolati, ma da “persone in relazione”, il sacerdote ha invitato a “contemplare il corpo ecclesiale” nella sua interezza, formato “non solo dalle storie di santità ufficialmente riconosciute, ma anche da innumerevoli storie di bene quotidiano attraverso le quali il corpo di Dio cresce e si rafforza”. Presentando il convegno, don Gianola aveva ricordato che non esiste luogo o momento “nel quale la luce della santità non possa illuminare una decisione da prendere”, perché

ognuno “secondo i propri doni e uffici deve senza indugi avanzare per la via della fede viva, la quale accende la speranza e opera per mezzo della carità”.

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Tenere per mano Gesù. A concludere l’ultima sessione di lavori è stata oggi una tavola rotonda cui hanno partecipato alcuni responsabili di organismi Cei. Nella lectio sanctitatis che ha introdotto la giornata, Lodovica Maria Zanet, docente alla Pontificia Università Salesiana, ha ricordato che “la santità non è l’esito di uno sforzo titanico individuale, ma dell’incontro tra la grazia di Dio e la libertà umana, che parte dalla realtà concreta di ogni persona”. Di qui il richiamo alle figure di Carlo Salerio e Mario Borzaga come esempi di “vocazioni che resistono e fioriscono in tempo di crisi”, concludendo che “forse la santità può consistere nel tenere per mano Gesù e nel chiedere l’aiuto di ‘amici santi’ per non affrontare da soli il cammino verso il cielo”.

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Parole di speranza. Don Riccardo Pincerato, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale giovanile, ha analizzato l’eredità del Giubileo dei giovani, sottolineando che il tema del convegno riprende le parole conclusive di Papa Leone XIV ai partecipanti a quell’evento. Richiamando una recente indagine dell’Istituto Toniolo, Poncerato ha detto che

“i giovani non temono la fede, ma hanno bisogno di proposte che parlino concretamente al loro vissuto, alla loro intelligenza e alla loro realtà”.

Di qui tre “sorprese” riservate dall’appuntamento giubilare: la forza del “noi”, la riscoperta della riconciliazione – con “lunghe file ai confessionali” – vissuta “non come un dovere, ma come uno spazio di libertà e di incontro”, e l’accoglienza positiva ricevuta da politica, opinione pubblica e media, “anche quelli laici”. Ma anche tre sfide: “accompagnare prima, durante e dopo i grandi eventi non solo i giovani ma tutta la comunità”, costruire “una narrazione equilibrata” e “rigenerare l’ordinario utilizzando lo slancio del Giubileo per alimentare il percorso quotidiano”.

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Palestra di vita. Confine, soglia, porta: intorno a queste tre parole ha articolato la sua riflessione padre Marco Vianelli, direttore Ufficio nazionale Cei per la pastorale della famiglia. Il confine, ha spiegato tra l’altro, è come un argine che permette al fiume di arrivare al mare senza disperdersi, ma deve essere “poroso”, capace di “tenere insieme libertà e norma, affetto e disciplina”, per “garantire sia la sicurezza sia la libertà di rischiare, fondamentali per una crescita sana”. Se la famiglia è “palestra dell’esistenza”, in un’epoca di “fluidità e interconnessione” deve “negoziare nuovi equilibri”. Ai genitori, ha concluso, il compito “non di trattenere, ma di accompagnare”.

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Fragilità e stili tossici. Sulla fragilità come “luogo di redenzione e salvezza” ha posto l’accento don Massimo Angelelli, direttore Ufficio nazionale Cei per la pastorale della salute. Per essere in relazione autentica, ha esordito, occorre accogliere la propria “costituzionale fragilità”, negata da una società iper-performante che fa precipitare nella frustrazione e nel senso di sconfitta i giovani che si identificano con il proprio errore percependolo come un fallimento. Per don Angelelli occorre mettere in discussione gli schemi culturali attuali: “Credo che solo la Chiesa abbia il compito di farlo proponendo il modello evangelico del fallimento come tappa di crescita, e la fatica di camminare insieme contro l’individualismo”. E ha assicurato:

“Un’altra vita più vera e più umana e possibile. Questo è un tempo proficuo per proporre il Vangelo, forza liberante,

ma solo una proposta credibile può affrancare i giovani da stili e schemi tossici, come dimostrato dall’esperienza di Gesù”.

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Don Giuliano Savina, direttore dell’Ufficio Cei per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, ha presentato una mappatura della pluralità religiosa in Italia: 3.464 comunità, tra cui 2.689 cristiane, 463 islamiche, 104 buddiste, 78 sikh e 37 ebraiche. Ha auspicato “una via italiana del dialogo”, che sarà al centro del primo simposio delle Chiese cristiane in Italia (Bari, 24-25 gennaio) nel corso del quale “verrà firmato un patto, appunto ‘La via italiana del dialogo’”, e ha annunciato il progetto del primo simposio delle religioni presenti in Italia nell’autunno prossimo, a 40 anni dall’Incontro di Assisi voluto da Giovanni Paolo II. Alla pastorale vocazionale l’invito a “proporre ai giovani la ricerca di Dio mettendosi in ascolto dialogico con le altre religioni”.

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Una tutela che riguarda tutti. La tutela dei minori come parte integrante del Vangelo: cura, relazione, empatia, sguardo. Si può, in estrema sintesi, riassumere così l’intervento di Emanuela Vinai, coordinatrice del Servizio nazionale per la tutela dei minori della Cei. “Una tutela – ha precisato – che riguarda tutti noi, nessuno escluso” perché, come affermava Papa Francesco che volle la costituzione del Servizio,

“è parte integrante del messaggio evangelico”.

Centrali la prevenzione, lo “sguardo che non si volta altrove”, e la costruzione di comunità-sentinella attraverso una formazione capillare sul territorio che oggi conta già 226 servizi diocesani e 108 centri di ascolto attivi. Ma non basta essere efficienti: è la “passione educativa evangelica” il discrimine “tra efficienza ed efficacia”.

 

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