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L’irruzione dell’Altissimo e il senso della nostra vita

La decisione dell’interpellato, che si è riconosciuto consacrato, è libera inserzione che trasmette l’autenticità del progetto del Creatore, la bellezza di una vita che già respira l’eternità che ci attende

foto SIR/Marco Calvarese

L’incontro vivo con Gesù Cristo vivo è davvero il centro incandescente di questa Giornata, proprio perché è il centro incandescente del nostro vissuto quotidiano di consacrati?
Senza questa irruzione ha senso dirsi e ritenersi consacrati?
Irruzione che esige ma non impone una risposta che, in definitiva tuttavia, si rivela la risposta, quella in cui ci si affida tutti, del tutto e completamente all’Altissimo.
Per la Scrittura, ebraica e cristiana, il cuore è il lev, il centro decisionale della persona. Questo centro viene colpito dall’irruzione e si lascia, nella risposta, plasmare, assumere una forma e si dimostra esperienza autentica che si manifesta nella fede, nella speranza e nella carità.

Il nostro centro più profondo assume una dimensione inaudita e, per la intelligenza umana, impensabile: possiamo pensare, valutare, come lo stesso Altissimo valuta e pensa.

Non è questione soltanto di sapere che può accadere o che in alcuni (i santi!) sia accaduto.
È accaduto e accade, momento per momento, che il cuore del consacrato e della consacrata, ceduto, consegnato all’Altissimo, assuma una forma nuova: la Sua.
Il cuore Gli è sottomesso, non nel senso di essersi ridotto in una dipendenza che svuota e annichila ma in quella sottomissione che diventa grembo fecondo per se stessi e per tutti, in dono assoluto.

Il cammino è solare per definizione, perché dono Suo ma non per questo è indenne da oscurità e difficoltà.

La fatica non viene eliminata o non riconosciuta ma è segno e spia che, se Egli irrompe, poiché mi ha creato libera, nulla può senza di me.
Se acconsento, la Sua forma è divenuta la mia. Inno alla libertà.
Ecco il senso della vita: percepire l’irruzione, rispondere alla chiamata e affermare che proprio lui, l’Altissimo, è il senso della nostra vita.
Una consapevolezza è indubitabile: l’irruzione non si prenota, non si comanda. L’Altissimo giunge e fora quando vuole, come vuole e chi vuole.
Tante le possibili sfumature di questa consapevolezza, anche quella del timore perché se immenso è il dono, misero è chi lo riceve.
La Sua fedeltà è l’unica e la preziosa assicurazione perché si espone in trasparenza.
Si dilata il cammino incondizionato che assume il progetto di Lui così come si rivela e si propone, senza un programma definito e strutturato ai nostri occhi che, istintivamente, vorrebbe poter tenere in mano delle sicurezze. Presunte tali.
L’invito preme sulla disponibilità. La logica dell’Altissimo non è illogica, irragionevolezza è, semplicemente, logica altra.

Scompaiono i diritti, balza in primo piano il servizio libero, simile (si spera) a quello che Colei che risposto: “Sono la serva del Signore”.

Si delinea la strada della salvezza, personale e universale in cui tutti vengono attratti e possono esporsi.
Vita e storia, eventi e incontri, gioie e ansie assumono la forma che Egli ha scelto e che diventano strumenti e momenti di salvezza.
L’irruzione e la risposta attraversano la storia e la fecondano, facendola uscire da una spirale che può fagocitarla, mentre se il cuore è sottomesso tutto risplende di autenticità.
Da qui scaturisce quella sapienza che irrora ciascuno e ciascuna, perché radicati nel Signore Gesù che ha sempre abbracciato ogni uomo, in ogni secolo, in ogni momento del turbinoso corso della storia.
La decisione dell’interpellato, che si è riconosciuto consacrato, è libera inserzione che trasmette l’autenticità del progetto del Creatore, la bellezza di una vita che già respira l’eternità che ci attende.

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