Alla ricerca della vera gioia. Per non temere i momenti bui, ma servirsene come riscoperta di sé

Don Francesco Buono, parroco dell’unità parrocchiale di Pila e Castel del Piano, in provincia di Perugia, molto attento al pianeta giovani e ai problemi delle coppie sposate, o in crisi, o separate, ha scritto un libro duro e realista: “Salto nella gioia. Viaggio nelle beatitudini”. Un testo in cui rovescia il bicchiere che il detto popolare preferiva mezzo pieno: iniziamo dal vuoto, dal dolore, dall’assenza, e non per autoflagellazione o masochismo, ma perché è quello il momento in cui non cresciamo, facciamo i conti con noi stessi e rinasciamo agli altri e a Dio.

“Talvolta, nel momento in cui tutto sembra perduto, giunge il messaggio che può salvarci; abbiamo bussato a tutte le porte che non portavano a niente, e la sola per cui si può entrare, che avremmo cercato invano per cento anni, la urtiamo senza saperlo, e si apre”.
Queste parole tratte dalla Ricerca del tempo perduto di Marcel Proust vengono spontaneamente alla memoria alla lettura di “Salto nella gioia. Viaggio nelle beatitudini” (Tau editrice, 2020, 232 pagine, 15 euro. Prefazione di Roberta Vinerba) di Francesco Buono, parroco dell’unità parrocchiale di Pila e Castel del Piano, in provincia di Perugia, molto attento al pianeta giovani ma anche ai problemi delle coppie sposate, o in crisi, o separate. Uno che di momenti di crisi, quando sembra che niente e nessuno ti possa aiutare, se ne intende.
Don Francesco, intanto, rovescia il bicchiere che il detto popolare preferiva mezzo pieno: iniziamo dal vuoto, dal dolore, dall’assenza, e non per autoflagellazione o masochismo, ma perché è quello il momento in cui non cresciamo, facciamo i conti con noi stessi e rinasciamo agli altri e a Dio. Tutto il suo libro è un invito ad accettare l’inevitabile stanchezza matrimoniale, o la separazione dal fidanzato/a, o la cattiva notizia. Perché è un pessimista? No, perché conosce la vita. Quella vera, non quella spacciata dai programmi, dai salotti mediatici, dalle riviste, dalla pubblicità dorata. È un libro che insegna a non mettersi insieme a fare famiglia e figli finché va bene, finché non ti cadranno i capelli, o ti verrà la pancetta, o quando le rughe solcheranno il tuo attualmente stupendo visino, o finché un licenziamento non renderà la nostra situazione precaria. Ma anche quando le cose non vanno per niente bene.

La strada per la gioia è paradossalmente quella della eventuale, possibile, mancanza di gioia,

perché è lì che l’altro ci può vedere fino in fondo e non con il binocolo dell’amore ideale e perfettino. Il momento di gioia è quando, scrive don Francesco, impariamo a non scaricare tutta l’aggressività del momento buio sugli altri, a capire che non bisogna fossilizzarsi su un evento traumatico di tanti anni prima, ma reagire e trovare in noi, e nell’aiuto all’altro, la soluzione.
Libro duro perché realista, questo “Salto nella gioia”, ma lo è perché la gioia sia ancora più grande quando accettiamo la verità nostra e dell’altro, e cioè che non si può essere padre contemporaneamente ideale, marito perfetto, giocatore di calcio con gli amici, frequentatore del club di scacchi, della palestra, del bar con gli amici, e per carità con lo spazio dovuto, quasi contrattuale, per la lettura del giornale, perché bisogna essere informati, diamine. E non toccatemi il film delle 21,20, se no mordo. L’amore è altro, anche astinenza quando non è il caso, anche stare semplicemente assieme all’altro che passa un brutto momento. È limitare l’ipertrofia del proprio io e lasciarsi “rompere” dagli altri. Perché poi diventa un circolo felice, gli altri si sentono aiutati, l’amico capisce che non ce l’hai con lui per via di quella litigata del mese scorso, il marito o la moglie non si vergognano per una malattia che li fa crescere di peso o perché non sono più al top della forma fisica. E fa bene l’autore a citare il san Paolo del “quando sono debole, è allora che sono forte” della seconda lettera ai Corinzi, perché è quella la chiave di questo discorso.
Chiediamo a don Francesco come gli sia venuta l’idea di questo coraggioso elogio dell’ombra, un’ombra prima dell’alba: “Chi non si lascia amare da Dio nella propria mancanza, come farà ad amare quella dell’altro? La mancanza o è un dito puntato o è un’attesa, un Avvento. Dice un proverbio ‘Chi si accontenta, gode’: invece io credo che un cristiano goda perché non si accontenta. Perché vuole la vita piena”. Confessando tanta gente, lei ha capito se questo trend corpo scultoreo, fama, soldi è davvero operativo oppure si sta assistendo ad un cambiamento di direzione? “Per tanti basta il fisico, i like, i soldi, ma il primo giorno di una supplenza fatta in una classe delle Superiori entro, un banco vuoto in fondo, un mazzo di fiori sopra e LA domanda: ‘Ma che senso ha la vita se poi si muore a diciassette anni?’. E ho capito che non avevano bisogno di rispostine, neanche da cristianone, ma di risposte vere. Quando emergono domande vere, si cercano risposte vere. E sono tanti, giovani e non, che chiedono di essere accompagnati per scoprirle”. Sia sincero: la vera gioia è possibile al tempo del mordi e fuggi? “C’è una gioia-spumante che dopo un giorno non ha più sapore e una gioia-sorgente di acqua limpida, a cui ogni giorno viene voglia di dissetarsi. E’ quella che vedo ogni giorno negli occhi dei ragazzi speciali della Casa della Misericordia a cui va il ricavato del libro. Quelli da cui impariamo, diceva don Oreste Benzi, ‘a vedere quello che vede un cieco, a sentire quello che sente un sordo, a parlare come parla un muto’, cioè ad amare”.

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