Natale in corsia. Don Mulas: “Il Bambino Gesù ci chiama a custodire la fragilità di una vita messa alla prova”

"Penso a tutti gli ammalati che abitano le corsie dei nostri ospedali e che, talvolta, hanno perso la capacità di attendere e vivono prigionieri delle loro paure e fragilità, chiusi alla speranza. Penso a tutti i poveri e bisognosi che sono spogliati della loro dignità umana; a coloro che hanno trovato porte e frontiere chiuse a causa di tanta indifferenza ed egoismo o a tutti quelli che si trovano a vivere lontani dai loro affetti più cari". Parla don Paolo Mulas, giovane cappellano ospedaliero, secondo il quale il Natale ci chiama a "custodire la fragilità di una vita messa alla prova"

Bambino Gesù in terapia intensiva neonatale - Foto SIR

“Vivere il Natale vuol dire essere capaci di accogliere il Signore che ancora una volta viene nel mondo e ci chiede di essere accolto e di prenderci cura di Lui. Il mistero del Natale ci invita a contemplare il mistero di Gesù che si fa carne ma allo stesso tempo ci rivela un Dio che, incarnandosi, sceglie di farsi uomo ed in modo particolare bambino e – come tale – fragile, indifeso e per questo bisognoso di amore, di cura e di tutte le attenzioni possibili”. Don Paolo Mulas, della diocesi di Sassari, già cappellano dell’Azienda ospedaliera universitaria (Aou) del capoluogo sardo, è attualmente a Roma dove studia teologia pastorale, cura della persona e della salute presso la Pontificia Università Lateranense. Custodendo nel cuore il ricordo dello scorso Natale vissuto in ospedale a Sassari, in particolare accanto ai malati di Covid, alle neo-mamme e ai neonati in terapia intensiva,  da gennaio don Paolo riprenderà servizio presso il Policiclico romano di Tor Vergata.

Foto SIR

Chi più di un bambino appare bisognoso di tutto? Dio, nell’incarnazione, sceglie di avere bisogno di ciascuno di noi: per questo – risponde il sacerdote – siamo chiamati a ravvivare la nostra speranza, anche in questo nostro tempo stravolto dall’emergenza pandemica, a rimetterci in cammino e a stimolare la nostra solidarietà e quella capacità di

custodire la fragilità di una vita messa alla prova, prendendoci cura gli uni degli altri.

Penso a tutti gli ammalati che abitano le corsie dei nostri ospedali e che, talvolta, hanno perso la capacità di attendere e vivono prigionieri delle loro paure e fragilità, chiusi alla speranza. Penso a tutti i poveri e bisognosi che sono spogliati della loro dignità umana; a coloro che hanno trovato porte e frontiere chiuse a causa di tanta indifferenza ed egoismo o a tutti quelli che si trovano a vivere lontani dai loro affetti più cari.

In questi anni, ed in modo particolare lo scorso anno a causa del Covid, in cui ho vissuto il giorno di Natale e le feste al fianco degli ammalati e del personale sanitario dell’Azienda ospedaliera universitaria di Sassari – prosegue -, mi sono spesso interrogato su che cosa significasse per loro questa festa. Quali sentimenti, quali attese e speranze portassero nel cuore tanti uomini e donne in un momento che solitamente richiama alla festa, alla gioia e allo stupore ma che davanti alla malattia, alla sofferenza e alla precarietà della nostra vita, improvvisamente diventa fonte di malinconia e tristezza, come se fosse un giorno da cancellare dal calendario. La festa del Natale, vissuta dalle corsie di un ospedale, è per tutti noi un chiaro e forte richiamo a

riscoprire il dono di una fede incarnata capace di tradursi in gesti concreti che vanno aldilà di un semplice dovere.

Siamo invitati, cosi come i pastori del presepe, a rimetterci in cammino abbandonando le strade comode e confortevoli che abbiamo sempre percorso, per poter trovare e vedere anche noi “Maria e Giuseppe e il bambino nella mangiatoia” (Lc 2,16), e riconoscere nella semplicità di questa immagine il nostro Salvatore.

Nel guardare Dio che si fa bambino, piccolo e fragile siamo chiamati ad aprire il nostro cuore all’incontro, a vincere la paura di comprometterci, di ‘sporcarci’ con le fragilità e le paure dell’altro per riuscire a condividere con lui il sapore dolce della speranza che dà senso e sostegno a ogni terapia. Guardando il bambino Gesù siamo chiamati non tanto ad affannarci al pensiero di dover fare qualcosa di straordinario per il prossimo, soprattutto quando è sofferente, quanto a riscoprire il gusto e l’importanza di ‘stare’ e ‘fermarci’ di fronte a lui, senza la preoccupazione e l’ansia di dover dire la parola giusta: solo così saremo capaci di cogliere le richieste e i bisogni più profondi del prossimo, anche quelli non espressi a parole, e di diventare così dono gli uni per gli altri.

Dobbiamo avere la consapevolezza, rischiarati dalla luce del Natale, che attraverso di noi ancora oggi il Signore dona a Se stesso delle mani, un cuore, un grido, un sorriso per diminuire il dolore del mondo.

Cosa possiamo augurarci in questo Natale, ed in modo particolare cosa possiamo augurare a tutti gli ammalati presenti nelle strutture di cura e nelle nostre case, alle loro famiglie e ai tanti medici, infermieri e operatori che ogni giorno si prendono cura di loro?
La profonda certezza che il Signore mantiene sempre la sua Promessa, anche nel mezzo della notte più oscura e la consolazione che nessuno da quel giorno di oltre duemila anni fa – il giorno che Dio si è fatto uomo come noi – può dirsi più solo, e abbandonato alla sua sofferenza. Perché Lui è l’Emmanuele, il Dio con noi. Dio è venuto proprio per te: questa è la certezza del Natale.

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