Un ristoro per la vostra vita
Mt 11,25-30
Nella liturgia della Parola della XIV domenica del tempo ordinario, Matteo ci consegna il Magnificat personale di Gesù, il canto che egli innalza a quel Dio che, pur essendo il Signore del cielo e della terra, cioè il Re universale, è il Padre suo che si fa conoscere alle sue creature e mostra il suo debole per i piccoli. Attraverso questo giubilo ci è dato di entrare nel cuore del Figlio la cui missione è spesso soggetta al fallimento e all’insuccesso, come accade a Corazin, Betsaida e Cafarnao (cf. Mt 11,20-24). Non potendo perciò lodare gli uomini che recalcitrano dinanzi al dinamismo della conversione, perché consumatori di prodigi e del tutto reticenti al cambiamento della mentalità e del cuore, il Figlio si volge a lodare il Padre suo.
Attraverso il suo canto filiale, Gesù celebra il sorprendente disegno d’amore manifestato dal Padre: aver scelto di rivelarsi non ai forti di questo mondo ma ai deboli, a quelle categorie che non contano e che il mondo considera marginali e insignificanti. È la teologia del capovolgimento: la storia non avanza grazie ai “sapienti” e ai “dotti”, ma ai “piccoli” e questo accade non in virtù di una moda, che è transitoria, ma di una volontà che non cambia e permane in eterno. Questa volontà durevole Matteo la chiama eudochía, “eterna volontà divina finalizzata al bene”. È in linea con questa volontà che Dio sceglie di uscire da sé per rivelarsi agli uomini, farsi conoscere e donarsi totalmente.
Anche se la creatura umana cade spesso nel tranello di identificare Dio con i suoi prodigi, Gesù mostra che far esperienza di Dio non è assistere ai segni ma piuttosto conoscerlo come Padre, tessere con lui una relazione di speciale familiarità, sull’esempio del Figlio. Il Figlio, infatti, non cerca le cose del Padre, ma il Padre stesso, cerca il suo amore. È questa sopreminenza o primato della relazione che fa scaturire la condivisione dei doni – “Tutto è stato dato a me dal Padre mio” – e della conoscenza: “nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo”.
Fare esperienza di Dio è entrare nella danza della pericoresi trinitaria (l’essere l’uno nell’altro), nella relazione di intimità paterno-filiale. Solo entrando in questa relazione si imbocca la via di accesso alla rivelazione. Per questo Gesù, dopo essersi rivolto al Padre, si rivolge ai discepoli e alle folle con un invito semplice ma abbastanza sconvolgente: “Venite a me”, che significa “cercate me, non le mie cose, cercate il Donatore e non i doni; la relazione non il profitto”. È il Figlio, infatti, che rivela il Padre, è lui l’unico che può farne l’esegesi perché viene dal seno di Dio ed è Dio (cf. Gv 1,1.18). Andare a Gesù, quindi, non è apprestarsi ad un contatto qualsiasi, non è uno dei tanti incontri innestati nella routine quotidiana che ci toglie ossigeno, ma un incontro dove spazio e tempo si alleano evolvendo in una condizione altra, nuova, salvifica: nel sabato, esperienza di riposo, opera delle mani di Dio finalizzata al godimento interiore di ogni bene materiale, spirituale e relazionale.
Andare a Gesù, per ogni uomo e ogni donna che fa esperienza del peso della vita che rende “stanchi e oppressi”, significa trovare “ristoro”, cessazione del turbinio delle preoccupazioni e inizio di una condizione di pace. Andare incontro a Gesù è depositare i fardelli pesanti degli schiavi per ricevere il giogo leggero dei figli. È scoprire che il riposo del cuore umano non viene tanto da condizioni esterne, ma dall’aver abbracciato la via della mitezza e dell’umiltà, che è la via del Maestro.