Vanessa Ambrosecchio, docente palermitana, da 25 anni insegna nelle scuole secondarie di primo grado. È anche scrittrice. Tra i testi pubblicati c’è “Cico c’è” (Einaudi, 2004) e “Tutto un rimbalzare di neuroni” (Einaudi, 2021), quest’ultimo un ‘memoir’ dell’esperienza Dad (didattica a distanza) nelle scuole.

(Foto Sir)
Gli esami di Stato rappresentano per i giovani studenti il traguardo di un percorso. Che valore hanno ancora nella scuola di oggi?
“Gli esami, spesso, vengono messi in discussione. Per quello che è la mia esperienza, l’esame di Stato rappresenta un momento importante, perché il ragazzo viene chiamato, in qualche modo, a quello che noi definiamo compito di realtà, cioè misurarsi davanti a una commissione, elaborare una serie di connessioni attorno a un argomento. Chi arriva all’esame di Stato deve avere la capacità sul momento di affrontare stimoli e sollecitazioni non previste e, quindi, è un modo effettivamente per testare il livello di maturazione culturale raggiunto. Io, con la mia esperienza, ho visto ragazzi non rendere al massimo all’esame, perché gioca molto il fattore emotività, e poi, invece, hanno dimostrato successivamente delle grandi potenzialità”.
Professoressa, guardando alla scuola di oggi, lei cosa cambierebbe?
“La scuola italiana in questi anni ha lentamente camminato nella direzione giusta, ossia quella di aprire ai ragazzi una lettura del mondo che li circonda. Questo, forse, è rimasto più sul piano teorico e magari la traduzione pratica di tutto ciò non è stata sempre felice. Penso, ad esempio, per quello che riguarda la scuola superiore alla Pcto (alternanza scuola-lavoro), che non sarebbe una cattiva idea, perché i ragazzi chiedono che la scuola sia più aperta alla realtà, alla concretezza del mondo lavorativo che li prepari. Purtroppo però molto spesso, lo sappiamo, questi percorsi sono stati inutili perché andavano fatti ma senza un progetto, un reale orientamento. Ovvero,
in certi casi i percorsi tecnici e professionali sono diventati dimensioni di sfruttamento gratuito di manodopera e con un corredo, lo sappiamo dalla cronaca, di incidenti pure terribili che sono accaduti.

(Foto ANSA/SIR)
Quindi è necessario tradurre dalla teoria alla pratica certe idee, ma farlo in maniera pensata, realmente utile e formativa per i ragazzi. Noi docenti lavoriamo tanto sulla dimensione dell’educazione all’emotività, all’affettività come prevenzione di tante devianze che ci sono nella società di oggi, violenza di genere, omofobia, bullismo. Alla scuola secondaria di primo grado lo facciamo però questo un po’ si perde per strada alle scuole superiori, dove i docenti sono abbastanza assillati dal programma che va chiuso in cinque anni. E nelle famiglie si fa sempre meno”.
Che fare allora nel concreto?
“Io credo che una soluzione potrebbe essere dare più tempo alle attività scolastiche, investire nei pomeriggi non legati ai progetti.
Lasciare spazi all’incontro, al dialogo, all’espressione di sé, questo sarebbe di grande aiuto ai ragazzi.
Ma tutto questo richiede veramente un grande investimento da parte dei governi. Ma non mi pare questo sia all’ordine del giorno. Da quando io sono insegnante, ossia dal 2001, non ho mai visto un reale investimento e ripensamento del mondo della scuola”.
Cosa si sente di dire ai tantissimi giovani italiani che sosterranno l’esame a partire da oggi?
“Un grandissimo incoraggiamento che è un credito di fiducia sconfinato. La mia esperienza mi dice che quando a un ragazzo dici ce la farai, 9 su 10 ce la fa. I ragazzi d’oggi sentono il bisogno di ricevere una bella spinta di chi crede in loro. Io vivo a contatto con loro tutti i giorni e conosco bene le loro potenzialità. È vero che oggi sono rapiti dal web, storditi da tutto quello che in qualche modo li ipnotizza, però se hanno accanto un adulto di riferimento che li prende per mano, che crede in loro, i ragazzi restituiscono questa fiducia al 200%. Quindi, il mio non è semplice in bocca a lupo ma una certezza che ce la faranno a superare anche questo esame che li spingerà a dare il meglio di loro”.

