Estate, tempo di sagre e feste paesane. È sorprendente vedere come molte volte anche nei paesi più piccoli si risveglino attorno a questi eventi il senso di appartenenza alla comunità, il desiderio di stare insieme, la gratuita disponibilità ad un servizio. Lunghe tavolate, stand gastronomici, giostre e giochi per i bambini, musica, spettacoli, l’immancabile pesca di beneficenza e magari anche lo spettacolo pirotecnico l’ultima sera.
C’è chi aiuta a montare e a tener puliti i tendoni, chi con maestria prepara da mangiare (bigoli, fritture e grigliate…), chi serve a tavola, chi indirizza ai parcheggi, chi consegna i premi dei giochi… I bambini passano a raccogliere i vassoi, gli adolescenti servono il cibo, i giovani conquistano un posto affianco agli adulti alle griglie e alle friggitrici, mamme e nonne si occupano dei primi piatti… alla mattina presto altri volontari, magari anche un po’ più avanti negli anni, danno ancora il loro contributo passando a pulire e riordinare tutto per la sera successiva. Decine e decine di persone, di tutte le età, lavorano per qualche sera fianco a fianco perché la sagra riesca al meglio riscoprendo che il fatto di vivere in uno stesso luogo genera identità e reciproca solidarietà.
Per dare il proprio aiuto allo svolgimento della sagra del paese c’è perfino chi si prende ferie dal lavoro o chi, studente fuori sede, per qualche giorno fa ritorno al paesello rimastogli nel cuore. Sempre più spesso tra i volontari si vede qualche donna col velo o qualche giovane migrante e la sagra diventa così l’occasione per vincere qualche pregiudizio e aprirsi all’incontro. Molte volte, seduta a mangiare sotto i tendoni, c’è più gente da fuori che del paese, e allora la sagra diventa esperienza di accoglienza, ma anche espressione di un po’ di sano orgoglio campanilistico nel mostrare agli altri ciò che si è in grado di fare.
Qualche settimana fa il vescovo Giuliano, riconoscendo nelle sagre un patrimonio da tutelare, espressione bella di fede, volontariato, amicizia sociale e legame con il territorio, ha rivolto ai gruppi organizzatori un messaggio contenente alcuni suggerimenti per rendere queste esperienze più in sintonia con quell’ecologia integrale (attenta cioè sia all’ambiente che all’umano) oggi tanto necessaria e per questo così centrale nel magistero della Chiesa. Un invito concreto a ridurre gli sprechi, a privilegiare i prodotti stagionali e locali, ad aprirsi ai poveri (sia durante la festa, che nella destinazione del cibo avanzato e di eventuali utili di gestione), a limitare l’inquinamento acustico nel rispetto dei residenti, fino alla cura dell’ambiente e della raccolta differenziata dei rifiuti.
Il Vescovo esorta inoltre a riscoprire la matrice religiosa delle sagre, nate – come dice il nome stesso – dalla volontà di celebrare il santo patrono di una comunità: “Nel tempo molte sagre hanno visto affievolirsi questo nucleo religioso, lasciando prevalere invece gli aspetti gastronomici, folkloristici o economici e rischiando così di perdere la loro identità più profonda”. Già mons. Nonis, che pure era un buongustaio, si arrabbiava da matti quando vedeva pubblicizzate la “sagra” della porchetta o dell’arna o dei bisi, sostituendo il piatto tipico al nome del santo patrono della comunità. Rischio quanto mai attuale in un’epoca, come la nostra, che sta facendo del ventre il proprio dio.
L’invito, alla fine, è dunque quello a chiedersi perché si è disposti a prodigare tante energie nelle sagre e a ritrovare tra le motivazioni più profonde anche quelle religiose. Le uniche, tra l’altro, capaci di tenere insieme le persone nel momento di quegli inevitabili screzi che prima o dopo sempre insorgono quando si lavora e si fatica insieme.
Personalmente, la cosa più bella riguardo alle sagre me l’ha insegnata il compianto don Giorgio Balbo quando era parroco a Rosà: “Il prete – mi diceva – non deve essere quello che salta la fila per mangiare prima e gratis. Deve mettersi invece a servire a tavola, come Gesù. E se qualcuno, non riconoscendolo, lo tratterà male, avrà la possibilità di capire meglio quel che tante volte prova la gente che fa i lavori più umili”.