Maturità 2026. Affinati: “La cultura umanistica gioca un ruolo essenziale, oggi anche più di ieri”

Agli studenti che stanno per vivere questo “momento importante della loro esistenza”, lo scrittore rivolge un invito: “Impegnatevi, ma senza drammatizzare”

(Foto ANSA/SIR)

Sono 527.747 gli studenti che sosterranno l’esame di maturità nel 2026, in aumento dello 0,6% rispetto ai 524.415 del 2025, secondo i dati diffusi dal Ministero dell’Istruzione e del Merito. La prima prova scritta, quella di Italiano, giovedì 18 giugno, la seconda venerdì 19 giugno, a seguire gli orali. Di questo momento importante nella vita degli studenti parliamo con Eraldo Affinati, scrittore da sempre legato al mondo della scuola e fondatore con la moglie Anna Luce Lenzi nel 2008 della scuola Penny per l’insegnamento gratuito della lingua italiana agli immigrati.

Foto Siciliani-Gennari/SIR

La maturità continua a essere un rito di passaggio per i giovani oppure sta perdendo il suo valore simbolico in una società sempre più veloce e frammentata?
I ragazzi continuano a viverla ancora come un momento importante della loro esistenza non solo scolastica: l’abbandono del gruppo classe, ad esempio, rappresenta un’esperienza unica che assomiglia alla partenza del veliero dal porto verso il mare aperto.

Lei incontra ogni giorno studenti provenienti da esperienze molto diverse. Quali emozioni e fragilità vede oggi negli studenti che si preparano all’esame rispetto a dieci o vent’anni fa?
Le emozioni sono sempre le stesse anche se possiedono una forma nuova:

si ha l’impressione di entrare nel mondo adulto, il che provoca ansia ma anche grande vitalità,

come se finalmente si uscisse da uno spazio protetto, diretti verso l’orizzonte indecifrabile ma pieno di promesse.

Molti ragazzi vivono la maturità come una prova di prestazione più che come un’occasione di crescita. Come si potrebbe restituire all’esame una dimensione più educativa e meno competitiva?
È questo un punto essenziale perché la competizione, checché se ne dica, secondo me fa male alla scuola.

Ogni studente dovrebbe riuscire a trovare se stesso, senza pensare di poter superare gli altri in modo da tagliare per primo il traguardo.

Dovremmo cambiare gli spazi didattici e i criteri di valutazione che, fermo restando gli obiettivi minimi da raggiungere, non dovrebbero essere standardizzati, uguali per tutti. Fondamentale è tenere presente la stazione di partenza di ogni allievo.

La maturità rischia di amplificare l’ansia da performance tra i ragazzi o può diventare un’occasione di consapevolezza personale?
Dipende dal carattere dello studente: in alcuni la prova di maturità può stimolare energie; in altri rischia di soffocarle.

Negli ultimi anni la scuola ha attraversato cambiamenti profondi. La maturità 2026 che fotografia restituisce della generazione che la affronta?
Ormai con il sistema dei crediti contano molto i risultati pregressi.

Tutto sommato la scuola italiana, specie se confrontata con quelle di altri Paesi europei, conserva una sua forza culturale abbastanza peculiare che non dovremmo sottovalutare.

I ragazzi che trascorrono un anno all’estero se ne rendono conto.

Quanto conta oggi la cultura umanistica nella formazione dei maturandi e quale ruolo può avere in un mondo dominato dalla tecnologia?

La cultura umanistica gioca un ruolo essenziale, oggi anche più di ieri, proprio pensando al dominio tecnologico imperante.

La conoscenza dei grandi classici italiani può diventare una chiave per aprire molte porte. Ma dovrebbero essere letti sui testi originali senza cedere alle mappe concettuali.

L’intelligenza artificiale e gli strumenti digitali stanno cambiando il modo di studiare e di scrivere. In che modo la maturità potrebbe adattarsi a questa trasformazione senza rinunciare alla formazione del pensiero critico?
Chiunque volesse rispondere in modo approfondito a questa domanda dovrebbe leggere la Magnifica Humanitas che Papa Leone XIV ha consegnato alla nostra attenzione. Dobbiamo impugnare la rivoluzione digitale senza diventarne schiavi. Certo è che la scuola non può restare com’era prima dell’avvento dell’intelligenza artificiale.

Da insegnante e scrittore, ritiene che l’esame riesca davvero a valutare il pensiero critico, la creatività e la maturazione personale degli studenti?
L’esame in sé direi di no. Il sistema scuola nel suo complesso può arrivare, nei casi migliori, a farlo. Purtroppo accade spesso che i talenti degli adolescenti restino sconosciuti e inesplorati.

Lei incontra quotidianamente alla Penny Wirton ragazzi immigrati da tutto il mondo: in che cosa sono simili o diversi rispetto ai nostri giovani?
Francisca o Mohamed sono carichi di futuro come i loro coetanei italiani, ma hanno un passato più denso, a volte doloroso, anche se lo nascondono, questo li rende dei microadulti.

Nei suoi libri emerge spesso l’importanza dell’incontro con l’altro e dell’esperienza umana concreta. C’è qualcosa che l’esame di Stato dovrebbe valutare oltre alle conoscenze disciplinari?
Oggi grazie al cosiddetto “capolavoro”, vale a dire l’esperienza che il candidato è invitato a rappresentare alla commissione, i docenti hanno la possibilità di valutare competenze anche extrascolastiche. Ad esempio alcuni maturandi che hanno fatto volontariato con noi presenteranno la Penny Wirton come lavoro di ricerca. Spero che possano ottenere il riscontro che meritano perché sono stati piccoli insegnanti di lingua italiana per i loro coetanei immigrati. Non è poco.

Qual è il segno che un insegnante lascia in uno studente ben oltre il voto finale della maturità?
Come scrissi in un mio libro intitolato “La città dei ragazzi”,

tutto quello che accade in aula possiede effetti indelebili: è la potenza dell’insegnamento.

La scuola italiana riesce ancora a essere uno strumento di mobilità sociale e di inclusione oppure le disuguaglianze di partenza pesano sempre di più anche nel percorso verso l’esame?
Devo ammettere che la famiglia di provenienza pesa ancora moltissimo, come non dovrebbe; tuttavia gli adolescenti più capaci, anche se sono cresciuti in ambienti difficili, possono trovare nella scuola il riscatto sociale che cercano.

Se potesse modificare un aspetto dell’attuale maturità, quale cambierebbe e perché?
Non cambierei un solo aspetto, ma un po’ tutto.

Io vorrei superare il vecchio trittico: spiegazione, interrogazione e voto.

Devo dire che a pensarlo e sognarlo molto prima di me sono stati i più grandi educatori del Novecento: da Maria Montessori al maestro Alberto Manzi, da Mario Lodi a don Lorenzo Milani. Ma non sono stati ascoltati.

Qual è il ricordo più significativo che conserva delle maturità vissute da docente e che cosa le ha insegnato sui giovani di oggi?
Quando facevo il commissario esterno mi piaceva entrare in confidenza con i candidati: da nemico diventavo amico. C’è sempre un varco in cui puoi infilarti quando sei di fronte a un giovane. Soprattutto ricordo i consigli che davo durante la prova di italiano: i sorrisi riconoscenti dei privatisti, ad esempio, spesso anche persone adulte, restano per me indimenticabili.

Se potesse rivolgere un messaggio ai maturandi del 2026 pochi minuti prima dell’inizio della prima prova scritta, quale sarebbe?

Impegnatevi ma senza drammatizzare. Anche se non sarà andata come volete, avrete la possibilità di rifarvi più presto di quel che credete.

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