Mentre il primo ministro britannico Starmer ha annunciato che il Regno Unito vieterà a breve l’utilizzo dei social media per tutti i minori di 16 anni, c’è qualcuno qui in Italia che da 2019 sta portando nelle scuole un esperimento simile tra gli adolescenti. E’ Fernando Muraca, regista, sceneggiatore, attore, scrittore. Nel 2019 ha scritto “Liberamente Veronica”, un libro che racconta, attraverso il diario di un’adolescente quasi quindicenne, cosa “succede” durante il digiuno dai social per 30 giorni. Si tratta di un esperimento “a limite della follia” per ragazzi nativi digitali, ritenuti spesso più esposti all’insorgenza di disagi e disturbi psichici da iperconnessione. Tra questi spicca la “FoMO – Fear of Missing Out”, letteralmente “paura di essere tagliati fuori”, che individua una forma di ansia sociale, maggiormente diffusasi con l’uso dei social network. Partiamo da qui.

Fernado Muraca, regista e scrittore (Foto Muraca)
È così difficile per un ragazzo adolescente rinunciare all’accesso ai social?
Senza dubbio. Bisogna rendersi conto che i ragazzi hanno sviluppato una parte del loro sé nel mondo virtuale. Quando chiediamo a un ragazzo, a casa o a scuola, di spegnere il telefono, non gli stiamo semplicemente chiedendo di smettere di utilizzare uno strumento, ma di mettere in pausa una parte di sé stesso. Quella parte della loro identità si è sviluppata lì: è lì che interagiscono, comunicano e costruiscono relazioni. Per questo motivo si tratta di una richiesta molto difficile.
Che esperienza è stata per Veronica?
Veronica è stata soltanto la prima. Ogni volta che vado in una scuola a presentare il libro, rilancio la proposta. Nel corso degli anni, ho incontrato 30mila ragazzi e ragazze.
Ad accettare la sfida però è una percentuale molto ridotta: su cento ragazzi, circa tre hanno il coraggio di intraprendere questa esperienza.
Questo dato fa comprendere quanto il legame con i social sia profondo, soprattutto se si considera che l’80-90% dei ragazzi riconosce di avere una forma di dipendenza.
In questo mese senza social, cosa succede?
Di solito i ragazzi che partecipano all’esperimento tengono un diario. Mi scrivono per chiedere aiuto, consigli oppure semplicemente per condividere ciò che stanno vivendo. La prima settimana è terribile. È simile a ciò che prova una persona con una dipendenza: si manifesta una vera e propria astinenza dall’utilizzo dei social. La seconda settimana è, in molti casi, ancora più difficile della prima, perché si acquisisce una consapevolezza importante: si scopre chi sono davvero i propri amici. È come precipitare nella realtà. La terza settimana, invece, comincia a essere molto positiva. Per esempio, nelle ragazze si osserva spesso una diminuzione dell’ansia legata all’immagine di sé.
Maschi e femmine sono ugualmente esposti a questo legame problematico con i social?
Entrambi i sessi possono sviluppare forme di dipendenza o di relazione problematica con i social, ma con modalità differenti. Tra coloro che hanno partecipato all’esperimento, solo l’1% era composto da maschi. Mi sono interrogato a lungo su questo dato. All’inizio pensavo che le ragazze fossero semplicemente più mature o semplicemente più capaci di mettersi in discussione. In realtà, parlando con molti adolescenti, mi sono reso conto di un altro aspetto: oggi molti ragazzi non sanno più accorciare le distanze soprattutto con l’altro sesso senza passare prima attraverso la mediazione dei social network. Per questo motivo fanno molta più fatica a rinunciarvi. Temono la frustrazione del rifiuto.
Che panorama di adolescenti ha osservato in questi anni?
È una domanda che richiede una risposta complessa. I ragazzi di oggi sono persone come lo siamo stati noi e come lo sono state le generazioni precedenti. Tuttavia, il tema dei social network non è affatto secondario, perché li priva di una dimensione esperienziale che noi avevamo in misura maggiore. Da un lato, grazie ai social, sono in grado di comunicare a livello globale molto più di quanto fosse possibile per noi. Dall’altro, la prolungata esposizione sui social comincia ad avere effetti concreti e misurabili. Sappiamo che il cervello possiede una straordinaria capacità di adattamento, definita dagli scienziati “neuroplasticità”. Se una persona utilizza per oltre tre ore al giorno modalità di attenzione caratterizzate da stimoli brevi e continui, il cervello tende a rafforzare le connessioni neurali associate a quel tipo di concentrazione, riducendo invece quelle legate all’attenzione profonda e prolungata. Si tratta pertanto di un cambiamento che coinvolge il funzionamento stesso del cervello, sempre più adattato a una concentrazione frammentata e di breve durata.
In altre parole, l’essere umano sta cambiando anche dal punto di vista fisiologico sotto l’influenza di questi strumenti.

Fernando Muraca con alcuni alunni di una scuola (Foto Muraca)
Il fatto che alcuni governi stiano intervenendo, che segnale rappresenta?
Il segnale è piuttosto chiaro: il problema è ormai evidente e non può più essere ignorato. Negli Stati Uniti esistono già cliniche specializzate nel trattamento della cosiddetta “selfitis”, una condizione associata all’ossessione per i selfie. Un altro fenomeno osservato riguarda il linguaggio. Il vocabolario medio di molti adolescenti si è ridotto sensibilmente. E quando si dispone di meno parole, diventa più difficile esprimere sé stessi, comunicare emozioni e articolare pensieri complessi. I sistemi sanitari di gran parte del mondo occidentale si stanno confrontando con un aumento significativo dei disturbi psicologici e comportamentali in età evolutiva. Di fronte a questa situazione, istituzioni e governi cercano di intervenire, anche perché genitori e famiglie chiedono sempre più spesso aiuto e soluzioni concrete.
E’ favorevole al divieto?
Il divieto, da solo, non basta. Tuttavia, esistono situazioni in cui la regolamentazione è necessaria.
L’obiettivo dovrebbe essere quello di aiutare gli adolescenti a ristabilire un rapporto più equilibrato con questi strumenti?
Su questo punto farei una precisazione. Spesso si dice che la tecnologia non sia né buona né cattiva, ma dipende esclusivamente dall’uso che se ne fa. Questa affermazione è vera solo in parte.
Molte piattaforme digitali contemporanee sono progettate per massimizzare il coinvolgimento dell’utente.
Le grandi aziende tecnologiche impiegano esperti di neuroscienze, psicologia comportamentale e analisi dei dati per comprendere come aumentare il tempo trascorso sulle piattaforme e come rendere l’esperienza il più coinvolgente possibile. Per questo motivo non si può considerare il social network semplicemente come uno strumento neutro: è un ambiente progettato per catturare attenzione, generare coinvolgimento e favorire la permanenza dell’utente al suo interno.
Se lo strumento non è neutrale e tende a orientare i comportamenti, come possiamo accompagnare i ragazzi affinché diventino uomini e donne liberi, per riprendere il titolo del tuo libro?
Siamo in una fase di transizione. È probabile che in futuro si arrivi a forme più efficaci di regolamentazione, ma oggi ci troviamo ancora in una situazione ancora di passaggio. Di conseguenza, lo Stato non dispone ancora di tutti gli strumenti necessari per costruire sistemi di tutela realmente efficaci, soprattutto per le categorie più vulnerabili, come i minori.
Servono nuove competenze, nuovi modelli di controllo e nuove forme di vigilanza che devono ancora essere sviluppate. Nel frattempo, ciascuno è chiamato a fare la propria parte.
In che modo?
Quando entro in una scuola, incontro prima genitori e insegnanti. Cerco di costruire con loro un patto educativo condiviso e solo successivamente lavoro con gli studenti. È importante che tutti affrontino insieme il problema, creando una rete di sostegno che accompagni i ragazzi nella crescita. Ricordo spesso la pagina del diario di Veronica. “È sera. Mia madre guarda video su Facebook e ride da sola. Mio padre è impegnato a chattare. I miei fratelli sono ognuno nella propria stanza. Io sono sola. Possibile che nessuno si accorga di me?“. Poi aggiungeva: “Mi fermo a pensare e mi rendo conto che anch’io, prima, facevo esattamente la stessa cosa”. Questo episodio mostra come, molto spesso, anche gli adulti abbiano sviluppato forme di dipendenza o di uso problematico della tecnologia, talvolta persino più marcate di quelle dei figli.

