La strage di Amendolara, in provincia di Cosenza, con i quattro braccianti bruciati vivi in auto, ha mostrato come il caporalato possa arrivare a forme estreme di violenza. Ne parliamo con Marco Omizzolo, sociologo dell’Eurispes e autore del libro “Il mio nome è Balbir”.

(Foto Marco Omizzolo)
Quali sono i meccanismi che trasformano un rapporto di sfruttamento lavorativo in un sistema di controllo e intimidazione sui lavoratori?
Il sistema di controllo e intimidazione è connaturato al sistema di sfruttamento, non nasce prima uno e poi l’altro, nascono insieme. Soprattutto gli stranieri sono sfruttati e nel contempo controllati, fisicamente, e questa gestione del corpo del migrante, uomo o donna, come bracciante o come lavoratore o lavoratrice sfruttata, è tipico dei sistemi mafiosi. Ed è ciò che produce le forme contemporanee di schiavismo. Il controllo viene esercitato sia attraverso l’economia, cioè ti pago così poco che la tua mobilità è limitata, sia attraverso le varie forme di pressione anche psicologica, di violenza, di razzismo che presuppone l’annichilimento della persona, sia attraverso purtroppo gli istituti normativi. Il legame tra la Bossi-Fini, che obbliga il rinnovo del permesso solo a fronte di un contratto regolarmente rispettato, e le forme di sfruttamento lavorativo nelle nostre campagne, e non solo, è ancora così stretto da essere uno dei problemi principali, forse una delle colonne portanti, di questo sistema agro-mafioso che poi arriva fino alla morte delle persone.
Quanto sono importanti casa e trasporto nel sistema di dipendenza creato dai caporali?
L’elemento della casa e del trasporto sono ovviamente fondamentali, ma troppo spesso si immagina che il caporalato sia soltanto dove vi è un’attività di intermediazione e poi anche di trasporto e di abitazione. Il caporalato e lo sfruttamento ci sono anche nei riguardi di persone che hanno una casa o addirittura un regolare contratto oppure hanno anche dei mezzi di locomozione. Nel Pontino può capitare che il reclutamento da parte dei caporali nei confronti di braccianti immigrati, soprattutto indiani, avvenga attraverso gruppi WhatsApp. Quindi l’utilizzo delle tecnologie informatiche e dei social network serve per avviare quei processi di selezione, di reclutamento informale e illegale che obbligano poi i lavoratori e le lavoratrici il giorno dopo, mediante una bicicletta, addirittura i mezzi pubblici, mediante un’auto spesso impropria o attraverso passaggi forniti da propri connazionali, di giungere nel posto di lavoro e lì tornare in una condizione di subordinazione. Il disagio abitativo è spesso una fotografia ed è un elemento fondamentale nel sistema di sfruttamento neo schiavistico, ma nel contempo non è detto che dove questo non avviene non vi sia lo stesso una grave forma di sfruttamento. Certo noi sappiamo che ci sono 150 ghetti in Italia, dichiarazione dello stesso Ministero del Lavoro dell’attuale Governo, e questa è la forma che i bravi sociologi chiamano istituzione totale, che dà senso reale a quelle forme di segregazione e di sfruttamento da parte del mercato del lavoro che poi producono lo schiavo contemporaneo.
Le mafie che gestiscono il caporalato sono solo autoctone o anche straniere?
Le mafie che intervengono nelle agromafie sono varie, ma si relazionano e si combinano in modo diverso a seconda degli interessi, dei territori, delle loro caratteristiche. In generale, sono sia italiane sia straniere, quindi ci sono mafie autoctone, quelle tradizionali, le mafie siciliane, la ‘ndrangheta, la camorra, ma ci sono anche mafie o proto mafie o quasi mafie di natura straniera che hanno magari un cervello sociale e politico meno sviluppato, ma sono altrettanto violente, come nel caso di Amendolara risulta assai evidente, e che non sono lontane da quelle forme di omicidio brutale che ben conosciamo.
È una combinazione assai pericolosa quella tra organizzazioni mafiose autoctone e straniere che sono in una situazione di subordinazione autorizzata.
Le mafie straniere non possono compiere atti violenti, organizzati, ripetuti e quotidiani senza l’autorizzazione sorvegliata e più o meno implicita o esplicita da parte delle organizzazioni mafiose tradizionali, soprattutto in alcuni territori. Questo non vuol dire che le mafie sono direttamente coinvolte nell’omicidio dei braccianti nel Cosentino, ma senza alcun dubbio le mafie hanno osservato, sapevano, conoscevano, hanno una capacità di controllare il territorio molto avanzata. Ciò che è accaduto è un elemento di frustrazione per l’organizzazione ‘ndranghetista perché ha acceso dei riflettori enormi su quella situazione e questo senza alcun dubbio ha dato anche fastidio. In passato ci sono stati degli scontri tra organizzazioni mafiose e migranti che hanno visto la peggio dei migranti, penso alla strage di Castel Volturno. Scontri diretti tra le organizzazioni criminali straniere e quelle autoctone secondo me sono assai rari e assai difficili. Il controllo sociale, militare, politico e la capacità di intervento di quelle autoctone è ancora nettamente superiore rispetto a quelle straniere che sono molto spesso più basiche rispetto alle altre. Vengono lasciate lavorare ma nel caso in cui si dovesse ristabilire la giusta linea del comando quelle autoctone saprebbero benissimo come intervenire.
Dietro al caporalato ci sono fenomeni come la tratta internazionale?
Dietro il caporalato c’è molto spesso un tema che riguarda la tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo. Una delle mie esperienze di ricerca è stata proprio quella di seguire, ormai circa dieci anni fa, un trafficante di esseri umani in India e di indagare, per primo e dall’interno, la tratta internazionale a scopo di sfruttamento e le pratiche, le attività, i linguaggi utilizzati, il materiale simbolico utilizzato dai trafficanti indiani per reclutare, anzi meglio convincere e reclutare giovani indiani che arrivavano in Italia per mezzo di professionisti italiani che collaboravano con il trafficante indiano e che riuscivano a inserire il nome del trafficato all’interno del sistema quote: le vittime arrivavano regolarmente in Italia per poi lavorare in condizioni di grave sfruttamento e di emarginazione nelle campagne del Pontino e non solo. Questo sistema nel corso degli anni si è evoluto, amplificato, professionalizzato, ha assunto una dimensione sempre più internazionale. Quindi, all’interno del sistema di sfruttamento dei braccianti immigrati vi è anche un sistema di tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo che purtroppo è gravemente sottovalutato nell’analisi accademica, politica, pubblica perché ci si concentra sul fatto e molto meno sulle cause e ancora meno sulle soluzioni possibili.
Pensiamo sempre al caporalato come a un fenomeno legato all’agricoltura nel Sud. Ma c’è anche una forte penetrazione anche nel Nord Italia: cosa è cambiato?
Il caporalato è sempre stato anche nel Nord Italia, anche se non l’abbiamo mai voluto analizzare con cognizione di causa immaginando che fosse un’espressione propria di un’economia ritenuta primitiva, di un territorio governato dalle mafie e quindi meglio vederlo al Sud che al Nord. Ma
nel Nord storicamente c’è un caporalato italiano che ha sempre caratterizzato l’edilizia, l’agricoltura, il mondo delle risaie, il mondo del badantato;
è tipico anche di quell’area e oggi il fenomeno è molto più sistemico, organizzato, diffuso, pianificato e riguarda a volte imprese di livello nazionale, ma anche internazionale. Penso anche al caso del food delivery con i rider a Milano, penso ai casi della logistica nel Piacentino, in Emilia Romagna, in Toscana, penso ai casi dell’assistenza domiciliare dove ci sono forme di segregazione di donne che vivono condizioni di grave deprivazione materiale e frustrazione psicologica reiterata anche nelle aree del Centro-Nord Italia.
Quali categorie di lavoratori sono oggi più esposte allo sfruttamento?
I lavoratori e le lavoratrici più esposti sono i migranti.
In secondo luogo sono coloro che sono costantemente in procinto, anche quando sono regolarmente soggiornanti, di diventare irregolari: l’impossibilità di rinnovare per sfruttamento il permesso di soggiorno diventa una tagliola, una forma di ricatto che induce alla subordinazione il lavoratore e la lavoratrice accettando qualunque sorta di ordine imposto dal caporale o dal padrone. Quando invece il lavoratore o la lavoratrice si ribella, come nel caso del Cosentino, diventa un soggetto che può essere colpito con la massima potenza. Questo è un fatto gravissimo. Sono a rischio i lavori delle 3D, dall’inglese, dirty, dangerous and demeaning, cioè sporchi, pericolosi e socialmente poco apprezzabili, perché attengono tradizionalmente a quelle economie in cui la retribuzione è davvero molto bassa, inferiore anche del 60-70% rispetto a quella pattuita. Queste categorie sono quelle dove i lavoratori e le lavoratrici vivono una condizione di maggiore sfruttamento e vulnerabilità. Alcuni esempi li ho già fatti prima, ma ce ne sono molti altri, che riguardano anche l’economia più avanzata, i nuovi lavori.
Questa è una delle grandi contraddizioni della società contemporanea: nuovi lavori che producono non più emancipazione, ma nuove forme sistemiche di povertà.
Si è rotto quel meccanismo di emancipazione del Paese che porta coloro che entrano nel mercato del lavoro a migliorare la propria condizione, quella della famiglia e del Paese stesso.
L’Italia dispone già di una normativa specifica contro il caporalato. Perché continuiamo ad assistere a casi di sfruttamento così gravi?
Noi abbiamo una legge fondamentale, la 199 del 2016, che non viene però applicata interamente né correttamente in tutto il territorio nazionale.
Cosa sarebbe necessario per vincere davvero il caporalato?
Quella è una legge fondamentale, però non basta, perché è una legge che purtroppo è in conflitto con la Bossi-Fini. La situazione non cambierà fino a quando non cancelleremo la Bossi-Fini, i decreti di sicurezza, il click day e tutto questo armamentario legislativo che è pienamente sovranista e che distingue tra l’uomo che ha diritti e l’uomo e la donna che invece possono soltanto obbedire, lavorare e tacere. Finché c’è questa distinzione, avremo lo sfruttamento. Quindi quella legge funziona e ha mandato sotto processo tante aziende, anche alcune multinazionali. Ma non riesce a cambiare il sistema in primo luogo perché, come diceva Ferrarotti, non possiamo cadere in questa sorta di ottimismo normativo per cui una norma riesce a cambiare un fatto sociale criminogeno e criminale così avanzato come quello dello sfruttamento. In secondo luogo, perché quella norma è in conflitto con una serie di altre disposizioni normative che la ingabbiano nella sua capacità di bonificare la nostra democrazia da queste situazioni di così grave umiliazione e subordinazione di centinaia di migliaia di persone.

