L’omicidio di Gianluca Ibarra Silvera, il 22enne accoltellato la notte tra il 26 e il 27 maggio alla stazione Certosa, periferia nord di Milano, da un gruppo di giovani italiani e sudamericani, poi morto poche ore dopo il ricovero in ospedale, hanno riacceso l’attenzione sulle bande dei cosiddetti “latinos”. Ne parliamo con il sociologo Maurizio Fiasco.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)
Come si può inquadrare il fenomeno delle bande dei latinos?
Dobbiamo evitare l’errore di collocarlo al di fuori del tema generale della propensione che stiamo registrando di giovani aggressivi e violenti a formare delle bande, perché se lo tiriamo fuori da questo contenitore generale, diventa, per la grossa forza suggestiva e simbolica che ha, l’innesco di quello che possiamo chiamare il panico morale, cioè un sentimento di una minaccia generale che possiamo stigmatizzare e separare dalla responsabilità generale che abbiamo sulla questione del disagio, della violenza e dell’aggressività minorile o giovanile. Il corredo simbolico e gli elementi che troviamo in questi episodi, che ancora sono molto limitati in Italia, hanno una forza tale da attivare velocemente la fantasia di un folk devil, di un demonio popolare che assorbe tutte le questioni piuttosto acute. Quindi,
la prima cosa da evitare è farne una lettura separata dal tema più generale della violenza e dell’aggressività in aggregazioni di piccole bande dei giovani che si presenta con diverse caratteristiche in varie province del nostro Paese.
Ma ci sono delle specificità di queste bande latinoamericane?
Le specificità sono legate al passato collettivo che è sullo sfondo di queste correnti dell’immigrazione. In diversi Stati latinoamericani la violenza ha raggiunto e continua ad avere livelli che noi non riusciamo neanche a immaginare. Una violenza da guerra civile, da guerriglia, una violenza anche di Stato, il trattamento penitenziario fatto autogestire dalle gang criminali. Ci sono Paesi in cui i detenuti vengono rinchiusi in carcere dove le forze di sicurezza si collocano all’esterno e dentro ci sono gironi danteschi dove si consumano violenze atroci. Queste guerre civili hanno prodotto delle ondate di profughi che sono in parte passate dal Messico negli Stati Uniti e da lì sono state respinti. Sono l’orizzonte narrativo da cui traggono simboli, ispirazione e anche legittimazione nei Paesi di origine queste gang latine, le cosiddette pandillas. Tutto questo dà luogo a una narrazione, a una mitologia che può essere un punto di riferimento identitario. Tutto ciò è assolutamente evitabile che abbia una sua replica nel nostro contesto, perché vengono meno da noi alcune delle ragioni fondative di queste aggregazioni, di questa violenza organizzata.
Quali sono le ragioni fondative?
L’assoluta deprivazione di diritti.
Noi qui abbiamo uno spazio di garanzie di diritti, ad esempio alla salute, all’educazione, e di doveri e – per chi viene da contesti di violenze estreme dove non c’è alcuna certezza, dove bisogna mettersi sotto la protezione di questa o di quell’altra banda per sopravvivere – questa è una condizione che può avere un impatto educativo, contenitivo e ha in effetti una ricaduta benefica fortissima, perché il fenomeno da noi è ancora molto marginale.
Quali sono le aree del Paese con maggiore concentrazione di immigrati provenienti dall’America Latina e Centrale?
Milano e Genova. In particolare, Genova, che aveva dato tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 un contributo all’immigrazione degli italiani proprio verso i Paesi del Centro America o dell’America Latina, ha una lunghissima tradizione: le prime ondate dell’immigrazione dall’Ecuador, soprattutto, si verificano con la spaventosa crisi economica degli anni ‘60, poi negli anni ‘70 c’è stata un’ulteriore crisi dell’economia e delle società latinoamericane. I primi a ritornare furono i connazionali che si erano trasferiti in America Latina e Centrale.
Ci sono settori criminali in cui le bande dei latinos sono più presenti?
Nella divisione del lavoro delinquenziale, del traffico e spaccio della droga la distribuzione terminale viene assegnata a componenti giovanili dell’immigrazione, come latini e magrebini. I latini vengono da Paesi dove si produce la droga con regioni dominate dai narcos, ma c’è un patto tra le nostre mafie e i narcos. I narcos si dedicano a una produzione in grandissimi quantitativi di stupefacenti, per poi passare il testimone ad una filiera articolata di distribuzione internazionale. A livello locale l’apprendimento di attività illegali tende a potenziare l’esperienza anche in altri campi di reati: i reati di strada, i reati di affermazione all’esterno della propria identità, come quello che si è segnalato a Milano qualche settimana fa. Infatti, il modello identitario può spingere molti adolescenti e molti giovani alla sfida, al provare in pubblico la loro prestanza, la loro identità, allo strutturarsi di una identità deviante.
Lei ha detto che bisogna evitare il panico morale, ma la situazione non è preoccupante?
Che ancora la questione sia contenuta e con un po’ di buona volontà risolvibile, lo vediamo dal fatto che il tema delle bande latinoamericane venne fuori già una ventina d’anni fa, con degli episodi, soprattutto a Genova, che suscitarono grande allarme, ma di fatto in questi venti anni non vi è stata una grossa evoluzione.
Quello che invece ci deve preoccupare è l’evoluzione della desocializzazione delle città: è come se si riducessero le difese immunitarie delle città stesse e fossero sempre meno in grado di trasmettere modelli di socializzazione sani e positivi.
La gentrification, la trasformazione di quartieri storici, popolari delle città in luoghi della cosiddetta movida, l’overtourism, l’eccessiva concentrazione di luoghi del divertimento hanno prodotto un indebolimento della vita quotidiana in alcuni grandi quartieri che ha creato una lievitazione della violenza e dell’aggressività di gruppo.
Come rispondere, allora, a questi episodi di violenza?
Da un lato, serve portare avanti le indagini, dall’altro, dobbiamo prevenire con l’offerta di welfare, soprattutto puntando sul valore educativo che ha la presa in carico della persona quando entra in un sistema sociosanitario, in un sistema scolastico, quando viene considerato per la prima volta come persona umana, un concetto che non esiste in molti ambienti da dove provengono questi ragazzi. Ci vuole, poi, una politica urbanistica di rivitalizzazione dei quartieri che non può essere quella della mercificazione delle città in vendita, perché la mercificazione dei luoghi porterà sicuramente denaro nelle tasche degli speculatori, ma toglierà vitalità alla città e fa perdere la funzione educante, di accoglienza, di socializzazione che le città storicamente hanno sempre avuto. Queste funzioni, insieme al diritto al lavoro e alla rete del Terzo Settore, già hanno avuto un effetto contenitivo perché altrimenti avremmo dei ghetti come negli Stati Uniti o le banlieue parigine. Abbiamo un livello di competenze da mettere in campo molto elevato, molto raffinato e molto puntuale e dobbiamo salvaguardarlo. Dobbiamo rilanciare anche l’idea della prossimità del servizio di polizia, non come un mero dispositivo di controllo, ma come un servizio che prende in carico un bisogno di sicurezza, a cominciare dal bisogno di sicurezza dei ragazzi. Dobbiamo avere come una grande orchestra dove ci sono tante parti che devono suonare, abbiamo alcune parti che suonano molto bene, abbiamo pure un coro che canta bene, però non possiamo permetterci le stecche, le dissonanze, non possiamo permetterci che mentre si costruisce una comunità, si prendano delle decisioni che le mettono in ginocchio. Questo non è accettabile.
In sintesi, come suggerisce di rispondere al problema delle bande dei latinos?
Serve una linea coordinata che valorizzi quello che si fa – non è poco e ci ha dato già tanto – e che favorisca tutto questo con un disegno condiviso di accoglienza. Sarebbe un errore inquadrare il problema partendo dalle risposte. Né dobbiamo dimenticare l’impostazione educativa che ha la nostra giustizia minorile, grazie alla lezione di Alfredo Carlo Moro e di Gian Paolo Meucci, che sono stati rispettivamente presidente del Tribunale dei minori di Roma e di Firenze, che hanno modellato l’ordinamento, la cultura, la prassi, la giustizia minorile come una giustizia fondamentalmente educativa e riparativa. Tutto questo patrimonio è stato negli ultimi anni un po’ eroso, però abbiamo a disposizione anche un modello di giustizia minorile che è in grado di dare delle risposte a questi problemi. I latinos hanno una particolarità, ma in generale la risposta va data al tema dell’aggressività e della violenza dei gruppi minorili.
Serve una risposta razionale, dove il lavoro di controllo e sanzione ben si coordina con la gestione della città, con la le strategie sociali, educative, di presa in carico, di solidarietà. Abbiamo tante frecce nel nostro arco: cerchiamo di usarle in modo appropriato.

