(da Las Palmas) “Un incoraggiamento. Mi aspetto che la sua semplice presenza sia una conferma nella fede, sia per noi sacerdoti sia per coloro che si stanno preparando al sacerdozio. Papa Leone è la testimonianza di una persona — che per noi rappresenta Pietro —anche lui sacerdote che, con la sua vita, continua a dirci, vale la pena”. Don Juan Carlos Arencibia è il rettore del seminario diocesano delle isole Canarie “Immacolata Concezione”. Con queste parole, esprime l’attesa che preti e seminaristi hanno per la visita di papa Leone. Il seminario è un edificio semplice che si trova alla periferia di Las Palmas. Attualmente accoglie sei seminaristi. Il Papa qui non arriverà. Il programma della visita è troppo serrato e il tempo è limitato. I seminaristi avranno comunque la possibilità di vederlo “da vicino” e salutarlo anche perché saranno impegnati in prima linea soprattutto nei vari servizi liturgici.

Don Juan Carlos Arencibia, rettore del seminario diocesano delle isole Canarie “Immacolata Concezione”
L’invito a pranzo è immediato. Senza convenevoli. Come si fa in famiglia. Si chiacchiera. Ci si racconta pezzi di vita. Arrivano da realtà molto diverse: anche le età variano molto, dai 20 fino alla presenza tra loro di Bernardo, 62 anni. Provengono anche da esperienze differenti: alcuni hanno già lavorato, altri hanno studiato; le famiglie di origine sono diverse, così come i contesti. “Sono giovani normali”. Un tratto però li accomuna tutti: un incontro particolare e decisivo con Cristo. “Come diceva Papa Benedetto – spiega don Juan Carlos -, non si diventa cristiani per un’idea. Oggi non si entra in seminario semplicemente per l’idea di fare il sacerdote. Altrimenti non si resisterebbe più di tre giorni. Si entra in seminario soprattutto per un incontro con il Signore. Non è solo una mia opinione: ne sono sicuro, perché parlo molto con loro”.

I seminaristi del seminario di Las Palmas (Foto Biagioni/SIR)
Finito il pranzo, i ragazzi si mettono su un terrazzo e si raccontano. Il primo a prendere la parola è Bernardo Diaz, 62 anni. E’ stato sposato con Mari Carmen per 25 anni. Poi un cancro se l’è portata via. Nasce così, in una lunga storia di amore e sofferenza, una chiamata al sacerdozio. Bernardo oggi è un’esplosione di gioia e energia. Poi però tra una battuta e una risata confida: “ho sofferto molto e il mio non è un sorriso banale ma è un sorriso che nasce da dentro ed è capace oggi di abitare anche nella croce”. C’è poi Antonio Mejias che di anni ne ha 24 anni. Fa parte del Cammino neocatecumenale ed ha sempre frequentato la chiesa. “Papa Leone – dice – è un uomo di pace. Mi fa capire che la vita di un buon sacerdote non è rimanere dentro una chiesa, ma è stare con la gente, andando verso di loro”. Joel Artiles, 20 anni, viene invece da una famiglia dove ad essere praticante era solo la bisnonna. “Al principio pensavano che fossi pazzo”, confida. “Ora lo capiscono meglio e lo accettano. Questa situazione mi ha fatto capire una cosa e cioè che la chiamata è un mistero di amore che non riguarda solo me ma coinvolge tutta la vita e la famiglia da cui provieni”. Raul Suarez, 22 anni, parla di Carlo Acutis mentre Daniel Arcevedo racconta come è arrivato dalla Colombia alle isole canarie e alla fine, dice: “ho sentito che l’Amore di Dio è sempre stato presente nella mia storia. La mia è semplicemente una risposta di amore al Suo amore”.

La cappella del Seminario
Quella del sacerdozio non è una strada in discesa. Tutt’altro. “E’ una vocazione in un mondo che non capisce il celibato né la scelta di non costruire una famiglia. Neanche le famiglie di origine lo capiscono né lo valorizzano come un tempo”, spiega il rettore. “C’è poi, come in tutti i giovani oggi, la paura a fare scelte definitive che richiedono per forza una rinuncia. Ma la prospettiva non è ciò che ‘perdi’ ma la possibilità di essere persone felici perché al posto giusto”. “Conta anche molto l’affetto delle persone e relazioni personali e autentiche. Per quanto mi riguarda, nei sacerdoti che mi hanno preceduto ho sempre visto una gioia particolare, non comune”. Siete preoccupati per l’assenza di vocazioni? “Sì, siamo preoccupati”, ammette il sacerdote. “Quest’anno si celebra il 75° anniversario del co-patrone della nostra diocesi, Sant’Antonio Maria Claret, il fondatore dei Claretiani che ha vissuto alle Isole Canarie per un anno. Lui, un solo sacerdote, è arrivato qui alla metà del secolo XIX e ha fatto una rivoluzione spirituale. Penso allora che se un sacerdote è riuscito a fare quello che ha fatto lui, anche un solo sacerdote può fare tantissimo perché Dio opera anche se i nostri mezzi sono insufficienti”.

