Zelensky scrive a Putin. Politi (Ndcf): “La lettera mostra un cambio di rotta”

La guerra in Ucraina potrebbe essere a una svolta decisiva sul piano diplomatico. Per il direttore della Nato Defense College Foundation “la sostanza del messaggio è la volontà di chiudere il conflitto”

(Foto Sir)

Il conflitto in Ucraina potrebbe essere a una svolta decisiva sul piano diplomatico. La lettera inviata da Volodymyr Zelensky a Vladimir Putin segna l’inizio di una nuova fase, caratterizzata da un realismo politico dettato dall’esaurimento delle risorse umane e materiali. Non si tratta di una resa, piuttosto è il riconoscimento che nessuna delle due parti può sostenere ancora a lungo il peso economico e demografico di una guerra trascinata da quattro anni. Sullo sfondo, il disimpegno di un’amministrazione americana distratta dalla crisi in Iran e le evidenti fatiche dell’Unione europea aprono spazi a inediti scenari di trattativa bilaterale. In questa intervista al Sir, Alessandro Politi, direttore della Nato Defense College Foundation (Ndcf), traccia una mappa lucida e priva di retorica delle forze in campo: dal dramma delle culle vuote in Ucraina alle debolezze strutturali della Russia, fino al vicolo cieco del Medio Oriente, ricordando all’Europa che la pace non è un’opzione ideologica, ma l’unico prerequisito per la sopravvivenza sociale ed economica del continente.

Direttore, la lettera che Zelensky ha inviato a Putin che valore politico e strategico ha?
Il testo è studiato nei minimi dettagli: calibrato tanto per il pubblico interno quanto per la comunità internazionale e per la Russia stessa. I toni riflettono le dinamiche tipiche dell’interazione slava: sono diretti, privi delle finezze istituzionali a cui siamo abituati in Italia o del tono neutro britannico.

La sostanza del messaggio è la volontà di chiudere il conflitto.

Tra la retorica politica e la valutazione dei fatti c’è sempre uno scarto, ma la lettera poggia su elementi di verità concreti.

Emerge un’ammissione riguardo alle perdite umane. È un cambio di rotta nella narrazione ucraina?
Sì, specie per chi ha sostenuto finora una linea bellicista. Quando Zelensky dice che le perdite pesano e fanno male, sta ammettendo chiaramente che il prezzo non è più sostenibile. Anche ipotizzando che il rapporto delle perdite sia di 5 a 1 a favore dell’Ucraina, quell’uno che Kiev perde è definitivo. Non si può liberare un Paese con le bare piene e le culle vuote. L’Ucraina affronta un dramma demografico irreversibile. Certo, anche la Russia ha pesantemente ipotecato il proprio futuro, pur avendo leggermente più risorse umane, ma per tutti è arrivato il momento di essere pragmatici.

Qual è il ruolo dell’amministrazione di Donald Trump in questa fase?
Gli Stati Uniti oggi mostrano una pesante debolezza strategica. Gli specialisti lo hanno visto subito: Washington è assorbita dalla crisi in Iran e il Dipartimento di Stato appare quasi paralizzato sul fronte ucraino. La cosa tragica è constatare che gli americani si sono resi conto di non poter gestire due grandi crisi internazionali in simultanea. In questo, Trump è persino onesto nella sua postura: gli secca ammettere la perdita di potere globale, quindi rilancia con lo slogan “peace through strength” (la pace attraverso la forza), ma è molto più facile da dire che da fare.

Sul fronte mediorientale, l’influenza del governo israeliano sulle scelte di Washington è stata decisiva?
La diplomazia e il governo di Benjamin Netanyahu hanno trascinato l’entourage di Trump in una situazione strategica fallimentare. Le ricostruzioni della stampa americana, come quella del New York Times, sono chiare: persino la Cia aveva avvertito di lasciar perdere l’idea di un cambio di regime in Iran, definendola irrealistica. La risposta di Trump è stata quella di voler semplicemente “degradare” militarmente l’avversario con attacchi mirati, ma alla fine tutti si sono arresi alla volontà del capo.

Tornando al negoziato tra Russia e Ucraina, c’è margine per un compromesso?
Zelensky sta dimostrando una continua crescita di maturità politica. Sta dicendo a Putin: “Avviamo una dinamica bilaterale e, quando questa camminerà, assoceremo altri attori, come l’Unione Europea”. È la praticità logica slava: pur divisi da un fossato d’odio profondo, si cerca una via d’uscita concreta senza mediatori ma in luogo neutro. La risposta di Putin, tuttavia, si focalizza sulla pretesa che anche Kiev ceda qualcosa.

Il punto critico è che il Cremlino chiede il controllo dei territori ucraini non ancora conquistati militarmente, il che è irricevibile per Kiev. Putin ha bisogno di presentarsi alla sua élite come vincitore. Inoltre, Zelensky gli ha ricordato un nervo scoperto: il rischio di dissensi interni, rievocando la realtà di passate rivolte militari.

L’ingresso dell’Ucraina nella Nato e nell’Unione europea è una strada percorribile?
Per noi europei questo negoziato è estremamente delicato. Dal punto di vista strategico ed economico, l’Ucraina è un paese in bancarotta e l’Ue non ha i mezzi per sostenerla, specie quando sta chiudendo il rilevante dossier balcanico. L’Europa è un progetto nato per eliminare la guerra dal proprio orizzonte, perché sappiamo quanto costano i conflitti. La guerra ci espone a ricatti energetici, economici e sociali, e sta alimentando i nazional-populisti. Dal 2006 l’Europa vive una crisi economica permanente e la verità è che abbiamo bisogno che questi conflitti si chiudano per ritrovare stabilità.

 Anche la gestione delle sanzioni alla Russia sembra aver mostrato dei limiti.
L’impalcatura delle sanzioni è stata nei fatti depotenziata dalle scelte americane. Trump non ha reinserito sanzioni draconiane sul petrolio russo per ragioni di opportunità tattica. A questo punto, i 21 pacchetti di sanzioni europei rischiano di perdere gran parte della loro efficacia. Dobbiamo essere realisti anche sulla questione energetica: non possiamo e non dobbiamo tornare alla dipendenza  dal gas russo, ma non possiamo nemmeno essere ciechi e pagare il gas americano a prezzi esorbitanti o affidarci interamente a fornitori a rischio.

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