Le istituzioni europee – Consiglio, Commissione e Parlamento – hanno fatto un altro passo avanti sulla strada della restrizione dei diritti umani e del varo di norme speciali per i migranti. L’oggetto è il nuovo regolamento che consente l’espulsione degli immigrati irregolari non verso il Paese di origine, o verso un Paese con cui abbiano legami significativi, ma verso Paesi terzi non meglio definiti, con cui i governi dell’Ue abbiano sottoscritto appositi accordi per l’istituzione di “hub di rimpatrio”. Comprese le famiglie con figli minorenni.

(Foto Fb – Maurizio Ambrosini)
Abolita la sospensione del provvedimento in caso di appello: non sarà più automatica, ma decisa dai giudici caso per caso. Allungata a due anni e mezzo la possibilità di trattenimento dei migranti, che può essere estesa a tempo indefinito, senza processo, in caso di persone ritenute pericolose per la sicurezza. Introdotta la possibilità di irruzioni e perquisizioni in abitazioni private e sedi che accolgono immigrati irregolari: comprese, si paventa, le sedi di Ong, associazioni, ambulatori, centri religiosi. Una prospettiva che richiama i raid dell’Ice negli Stati Uniti.
Mancano ancora alcuni passaggi, come l’approvazione formale del Parlamento europeo e gli adempimenti tecnici per uniformare le normative dei Paesi membri, ma tra dodici mesi il regolamento dovrebbe diventare operativo.
Come ha dichiarato un eurodeputato conservatore svedese, anche nell’Ue “è iniziato il tempo delle deportazioni”.
La causa occasionale di questa sterzata è la constatazione che nell’Unione europea soltanto il 29% degli ordini di allontanamento sono effettivamente eseguiti, e verso i Paesi non europei il tasso scende ancora. L’Italia è ancora meno efficiente: 21,9%, in valore assoluto 5.414 casi, e per circa la metà verso un solo Paese, la Tunisia.
Il nuovo regolamento mira ad aggirare gli ostacoli frapposti dai problemi d’identificazione dei malcapitati e di raggiungimento di accordi efficaci con i Paesi di origine. Probabilmente punta a produrre in questo modo un effetto deterrente sui potenziali migranti.
Nel retroscena, però, traspare l’obiettivo sostanziale: recuperare consensi tra gli elettori spaventati dall’immigrazione, soprattutto quella definita “incontrollata”, ossia quella dei richiedenti asilo, che hanno poche possibilità di ottenere passaporti, visti e regolari titoli di viaggio per cercare rifugio all’estero. Quindi arrivano come e quando possono. Il dato politico più significativo è la saldatura su questa linea tra conservatori moderati ed estrema destra. Con un corollario innegabile: la destra radicale ha ragione quando rivendica di aver trascinato sulle sue posizioni i centristi, che fino a tempi recenti ne disdegnavano proposte e visioni retrostanti.
Non è vero, invece, nonostante il pigro conformismo di gran parte del sistema mediatico, che il nuovo regolamento legittimi il modello Albania del governo italiano.
Va nella stessa direzione, quella della restrizione dei diritti umani dei migranti, ma ha un significato diverso: i centri in Albania dovevano servire inizialmente per trattenere chi, salvato in mare, voleva entrare in Italia, poi sono stati trasformati in centri detentivi aggiuntivi per i migranti imprigionati per essere identificati ed espulsi. Gli hub di rimpatrio sono invece la destinazione per i migranti non autorizzati, intercettati e condannati all’allontanamento. Disciplinano la rimozione, non l’ingresso o il trattenimento.
Fatta questa precisazione, restano almeno tre problemi di fondo. Il primo è che gli stessi governi dell’Ue ammettono di aver bisogno di lavoratori di vario livello. Alimentando la narrativa dell’immigrazione come minaccia, si rinuncia a utilizzare persone che sono già qui, hanno probabilmente imparato almeno i rudimenti della lingua, spesso già lavorano, anche regolarmente (i richiedenti asilo dopo due mesi dalla domanda possono farlo). Più ampiamente, si spande diffidenza e pregiudizio che colpiscono anche i lavoratori, quando per esempio cercano casa e occasioni di socialità.
In secondo luogo, non è affatto detto che inseguire l’estrema destra sul suo terreno, adottando le sue soluzioni, sia elettoralmente produttivo. Più volte gli elettori hanno già dimostrato di preferire l’originale alle fotocopie, gli inventori agli imitatori.
In terzo luogo, subentra il problema che il progetto FAiR (H2020) ha definito “la trappola delle promesse irrealizzabili”. Non è affatto detto che le nuove misure raggiungano i risultati ventilati all’opinione pubblica, che il volume dei nuovi ingressi diminuisca, che l’immigrazione irregolare si riduca. Anche perché la magistratura potrà continuare a contrastare le più evidenti violazioni dei diritti umani. Gli elettori frustrati potrebbero allontanarsi ancora di più dalle istituzioni pubbliche, perdere fiducia verso l’Ue, appoggiare misure ancora più radicali.
A furia di promesse non realizzate, la strada della compressione dei diritti potrebbe avvitarsi in una spirale sempre più nefasta.
(*) docente di Sociologia delle migrazioni, Università di Milano

