Mancano ancora alcune settimane alla visita di Papa Leone XIV a Lampedusa, ma la comunità è già in fermento per una giornata destinata a lasciare il segno nella memoria e nel cuore dell’Arcipelago delle Pelagie. Il nostro viaggio nel cuore del Mediterraneo inizia con le parole della professoressa Elisabetta Cappello, lampedusana di nascita e vicaria reggente dell’Istituto Omnicomprensivo “Luigi Pirandello” di Lampedusa e Linosa, dove insegna dal 2004. I ricordi della docente si fanno subito intensi e carichi di emozione quando ripensa allo storico arrivo di Papa Francesco, che nel 2013 scelse proprio Lampedusa come meta della sua prima visita pastorale: “Quando con la mente ritorno al 2013, la prima immagine che mi viene in mente è quella del sole, della luce: è stata una giornata bellissima, un’esperienza di profonda felicità. La luce mi fa pensare alla speranza, a una presa di coscienza di fronte alle tragedie e al dolore. Dobbiamo ricordare che il Pontefice giunse a Lampedusa per far riflettere il mondo sull’importanza dell’accoglienza e del dare aiuto a chi viene da lontano”. Il pensiero vola poi al prossimo 4 luglio: “C’è sicuramente un grande fermento – afferma – e spero di poter rivivere le stesse emozioni. Ho ammirato molto la scelta di Papa Leone XIV di tornare a Lampedusa: rappresenta la continuità dell’azione messa in campo da Bergoglio, ma è anche una forma di vicinanza e sostegno verso tutti coloro che vivono in prima linea il fenomeno dell’accoglienza”.

Foto Ufficio Migrantes Messina
Un momento atteso, che porta però con sé il “peso” di tredici anni in cui migliaia di uomini, donne e bambini hanno continuato a perdere la vita tra le onde: “Il nostro mare – sottolinea Elisabetta Cappello – dovrebbe essere un ponte tra i popoli e un luogo di incontro, invece è diventato un vero e proprio cimitero. Bisogna trovare una soluzione; i governanti devono rendersi conto che tutte le persone hanno il diritto di spostarsi liberamente per vivere in modo più sicuro e dignitoso”. Secondo la docente, sono proprio i giovani ad avere la percezione più chiara di questo “immobilismo istituzionale”: “con i ragazzi capita spesso di parlare di migrazione. Proprio qualche giorno fa, in classe, mi hanno raccontato di essere rimasti molto colpiti dalla notizia della morte per ipotermia di una bimba di appena un mese, avvenuta il 16 maggio. Erano e sono amareggiati, perché hanno la sensazione che continui a non cambiare nulla. Oggi forse se ne parla meno sui giornali, ma qui a Lampedusa sono realtà che continuiamo a vivere fin troppo spesso”. I giovani lampedusani, del resto, non conoscono il fenomeno migratorio attraverso il filtro dei media, ma lo intercettano nella realtà di tutti i giorni. “Questo li porta a sviluppare, fin da piccoli, una forte sensibilità verso l’altro.

Al tempo stesso, crescere in un luogo raccontato quasi esclusivamente attraverso la lente dell’emergenza fa nascere in loro il desiderio di far conoscere la propria isola nella sua quotidianità, facendola apprezzare per le sue straordinarie bellezze naturali”. Anche la notizia della visita di Papa Leone XIV ha suscitato un interesse speciale tra gli studenti: “in classe hanno subito colto l’occasione per manifestarmi il loro entusiasmo. Per i miei alunni sarà una vera emozione. Hanno 13 anni: quando venne Papa Francesco non erano ancora nati, o lo erano da pochissimo. Avere l’opportunità di vedere di persona il Papa sulla loro isola sarà un grande dono”. Tra speranze e attese, l’augurio di Elisabetta è che “questa visita sensibilizzi ancora di più proprio i giovani, che sono i veri costruttori del futuro di Lampedusa”. Salutiamo la professoressa chiedendole di scegliere una sola parola per descrivere il prossimo arrivo di Papa Leone. La docente non ha esitazioni: la parola è “solidarietà”: “per me ha un significato immenso. Ci aiuta a capire quanto sia importante prendersi cura degli altri, sostenerli e specchiarsi in chi soffre. A volte anche una parola, un sorriso o un abbraccio possono assumere un valore enorme per chi si trova in difficoltà”. Un modo concreto, insomma, per provare ad andare oltre la sempre più dilagante “globalizzazione dell’indifferenza”.

