Domenica 31 maggio – Santissima Trinità

Amare, donare, salvare
Gv 3,16-18

Nella solennità della Santissima Trinità Giovanni ci consegna una speciale triade di verbi: «amare», «donare», «salvare». Questi verbi esprimono il sentire più profondo del cuore di Dio e il suo disegno che si concretizza in un agire tutto proteso verso quel cosmo che le sue mani hanno plasmato. Tra Dio Creatore e il mondo creato non c’è rivalità né contrapposizione, ma un intimo legame di amore che dà origine a un’alleanza eterna. Origine di questo amore è Dio stesso, il Misericordioso, il Tenero, che, nella pienezza della sua relazionalità, desidera trasfondere il suo amore anche nel cuore dei suoi figli: l’amore di Dio, infatti, viene riversato nel cuore degli uomini e delle donne per mezzo del suo Spirito che abita in noi. Il Padre ama quell’umanità che ha creato proprio perché fosse capace di sentire il suo amore e di corrispondervi. Il Padre, inoltre, ama le creature fatte a sua immagine con amore eccedente e questo suo traboccamento di amore lo manifesta concretamente nel dono del suo Figlio unigenito.

Giovanni lega strettamente il motivo dell’amore a quello del dono: l’incarnazione del Verbo è l’apice del dono che Dio fa di sé al mondo. Il Padre non dà qualcosa ma Qualcuno, la vita del suo Figlio unigenito, e la consegna con fiducia nelle mani di creature umane che, come Maria e Giuseppe, sanno custodirlo ma anche di chi, come Giuda, è capace di tradirlo e di mettere in pericolo la sua vita. Il dono del Padre, Gesù, ha come effetto quello di bonificare la storia e le sue paludi di perdizione. I racconti del ministero pubblico di Gesù attestano, infatti, che egli, entrando nel mondo, manifesta la sua predilezione per i perduti, per quanti si sono smarriti. E smarrito non è solo il peccatore incallito, ma anche l’uomo religioso che si ritiene sapiente dinanzi a Cristo e non sa riconoscere in lui il connubio tra la divinità e la carne umana. Così accade a Nicodemo, capo dei giudei, che va incontro a Gesù di notte e che, invece di farsi illuminare da lui, vuole dargli un perimetro, una definizione che lo contenga, una specie di riconoscimento umano per il suo rabbinato che attira i segni di Dio. A Nicodemo che si è smarrito nella sua teologia rigida e asfittica, il Figlio di Dio vuole spalancare la mente e il cuore alla grazia della vita secondo lo Spirito che supera e compie quella secondo la legge. Per questo gli annuncia l’innalzamento sulla croce, evento da cui sgorga la rigenerazione e la vita nuova da figli.

Per parlare di Dio non bastano le formule e le definizioni dogmatiche, come vorrebbe rabbi Nicodemo, serve ri-conoscere il suo agire nella storia e i dinamismi del suo Regno cui si accede solo abbandonando ciò che è “vecchio” e sa di stantio. E come si può rinascere quando si è adulti già formati, con modi di fare cristallizzati? Impossibile per gli uomini non per lo Spirito di Dio. Lo Spirito rigenera tutti, conferisce una vita nuova a ogni età e ricrea il cuore umano rendendolo vulnerabile all’amore e capace di consegnarsi all’amore. Quest’opera dello Spirito nei cuori prepara l’accoglienza del Figlio che non viene a condannare ma a salvare, a comunicare vita eterna. Dopo l’incontro tra Gesù e Nicodemo, il IV Vangelo ci

consegna pertanto parole salvifiche che puntano ad avviare un processo di cambiamento e di conversione, quello che porterà quest’uomo, capo dei Giudei, a schierarsi a favore di Gesù, a intraprendere il cammino della sequela e a divenire suo discepolo.

Al mistero di Dio uno e trino si può accedere, infatti, solo facendosi discepoli di un regno che giunge umilmente, solo lasciando le proprie rigide convinzioni e aprendosi al soffio della novità che ci invita ad andare “oltre”, desiderosi anche noi di amare, donare e salvare.