Dopo oltre 67 anni, il regime castrista di Cuba, per questi decenni spina nel fianco degli Stati Uniti, è agli sgoccioli? Difficile fare previsioni. Gli Stati Uniti alzano il livello della tensione, schierano la portaerei Nimitz nel mar dei Caraibi e incriminano l’ex presidente Raúl Castro, fratello del Lider máximo Fidel, oggi novantacinquenne, per l’abbattimento di due aerei nel 1996. Nell’isola, praticamente assediata, senza petrolio, carburante, alimenti, la gente è stremata e assiste a quanto sta accadendo in un’altalena di preoccupazioni, ma con un’unica urgenza: quella di mettere sotto i denti qualcosa da mangiare. Da L’Avana, giungono al Sir due testimonianze, quella di un sacerdote, padre Ariel Suárez, oggi segretario generale aggiunto della Conferenza dei vescovi cattolici di Cuba, e quella di un dissidente politico, l’attivista e scrittore Manuel Cuesta Morúa, tra i più qualificati e conosciuti oppositori del Governo. Due analisi convergenti per molti aspetti, e soprattutto su un punto:
non è auspicabile, per Cuba, un’invasione militare da parte degli Stati Uniti.
Incertezza e urgenze. Come, dunque, la popolazione sta vivendo questa nuova tappa della tensione tra Stati Uniti e Cuba? “La gente – spiega Cuesta Morúa -, ha consapevolezza di quanto accade. Collega, mette in relazione direttamente la propria sorte o la propria situazione esistenziale con ciò che potrebbe accadere tra Stati Uniti e Cuba, per cui è molto attenta, mentre fino a poco era una questione da specialisti. Tale coscienza, può aprire la strada affinché le persone prendano decisioni basate su una reale consapevolezza dei fatti o sulla loro interpretazione. Per me si tratta di un aspetto molto positivo” Secondo padre Suárez è necessario distinguere: “Credo che, in generale, le persone sappiano che c’è una tensione crescente tra i Governi degli Stati Uniti e di Cuba. Alcuni la guardano con timore e preoccupazione. Altri, con eccessivo entusiasmo. Una parte considerevole della popolazione, con incertezza e scetticismo. C’è chi vive pensando a cosa darà da mangiare ai propri figli. L’argomento più frequente per le strade dell’Avana, dove vivo, riguarda le ore in cui si è rimasti senza elettricità, perché la corrente elettrica c’era solo dalle 2 alle 4 del mattino”.
No all’intervento militare. Ma quali sarebbero gli effetti di un intervento diretto degli Stati Uniti? “Non sarebbe positivo – è il parere dell’attivista -, anche se qui ci sono settori che scommettono su questo. In un certo senso, la pressione ha smosso le acque, ha fatto uscire il Governo cubano da quella zona di agio, da quella zona di comfort politico, dalla quale credeva di dominare ogni momento e ogni evento. Ma un intervento diretto non sarebbe auspicabile. Non credo che sarebbe molto fattibile, potrebbe esserlo dal punto di vista militare, ma non da quello politico. Cuba non è il Venezuela, un intervento avrebbe sicuramente un impatto negativo su qualsiasi transizione politica, non parlo nemmeno di transizione democratica”. Riflette il sacerdote:
“I problemi che affliggono Cuba non si risolvono dall’oggi al domani. È necessario avviare dei processi, creare consenso ed educare a vivere coniugando libertà e responsabilità, nel rispetto della dignità di tutte le persone, con apertura verso la pluralità di opinioni. Dovremo affrontare con serietà la sfida della riconciliazione, con noi stessi, con la storia recente, con l’altro diverso e, a volte, ostile. La riconciliazione non si oppone alla giustizia, come sappiamo. Ci sono cambiamenti importanti da affrontare in ambito economico, politico e sociale. Strade, servizi elettrici e di acqua potabile, industrie, alloggi, mezzi di produzione, tra gli altri, necessitano di una ricostruzione o ristrutturazione radicale. Credo, sinceramente, che un’azione militare non riuscirà a ottenere ciò di cui abbiamo bisogno. Il ricorso alla guerra è discutibile, perché porta morte e dolore. Allo stesso tempo, la situazione ci provoca un dolore indicibile. Molte persone sono ‘dei cadaveri che camminano’, per le strade, le piazze e i parchi della mia amata Cuba”.
Auspicabile, dunque, anche se non facile la via del dialogo, una transizione che si potrebbe definire “dolce”. Risponde padre Suárez: “Sarebbe auspicabile, sarebbe la cosa migliore, se si riuscisse a mettere il bene comune della Patria al di sopra degli interessi di parte. Il dialogo tra i Governi di Cuba e degli Stati Uniti è importante. Ma, a mio avviso, molto più importante e necessario sarebbe un dialogo tra tutti i cubani. Si tratta di un percorso arduo, non esente da dolori e sacrifici… bisogna intraprenderlo subito, anche se, al momento, personalmente, non vedo che si stiano creando le condizioni necessarie né intravedo quella leadership che potrebbe dare impulso e accompagnare processi di questo tipo”. Aggiunge Cuesta: “In effetti, non esiste alcun precedente, non conosco alcun caso in cui un intervento non pacifico, un intervento militare, abbia portato proprio alla democrazia. In Medio Oriente, in Libia, in Iraq, in Afghanistan, l’idea di cambiare i modelli attraverso l’intervento militare non ha funzionato. Non credo che funzionerà nemmeno a Cuba. Di fatto, ciò rafforza i settori più intransigenti e allontana la cittadinanza in generale dalla partecipazione”.
Il momento più difficile. Se il futuro è nebuloso, anche se non privo di speranza, il presente è caratterizzato soltanto dalla disperazione, come spiega il segretario aggiunto dell’Episcopato: “Ci troviamo nel momento più difficile e doloroso della storia recente di Cuba. Manca tutto, per la maggioranza della popolazione: elettricità, cibo, medicine, acqua potabile. La sventura della maggioranza è la fortuna di alcuni: coloro che controllano e rivendono a prezzi esorbitanti il carburante, coloro che importano cibo, pannelli solari, auto e moto elettriche, tra le altre cose. Mi preoccupa l’aumento di adolescenti e giovani con problemi di dipendenza da droghe a basso costo e dannose: sono persone senza motivazione, senza speranza e senza futuro”. In questo contesto, la Chiesa cubana si sta adoperando senza sosta: “Ci sono mense e lavanderie parrocchiali. Si porta il cibo alle persone che dormono per strada. Il lavoro della Caritas e dei suoi volontari è stato straordinario in questi mesi, perché gli aiuti in generi alimentari e altri beni concessi dall’Amministrazione degli Stati Uniti dopo il passaggio del potente uragano vengono distribuiti attraverso la Chiesa cattolica. C’è un altro lavoro silenzioso, non pubblicizzato, che la Chiesa svolge costantemente, attraverso la Pastorale penitenziaria”. Conclude Cuesta Morúa: “La pressione dei cittadini per riforme anche nell’economia e nel lavoro è importante, alcune organizzazioni stanno promuovendo cambiamenti nella legislazione e nella Costituzione. Non si può continuare con un partito di 700 mila militanti che rappresenta 11 o 12 milioni di cubani”.

