Santa Rita: la forza del perdono che parla al mondo ferito e in guerra

Milioni di fedeli celebrano Santa Rita, la “santa degli impossibili”, simbolo di pace e riconciliazione. La sua vita, segnata da dolore, coraggio e fede incrollabile, continua a offrire speranza a un mondo attraversato da guerre e divisioni, ricordando che l’amore può trasformare ogni ferita

(Foto Calvarese/SIR)

Sono milioni nel mondo i fedeli di Santa Rita da Cascia che, con grande intensità, festeggiano, in tutto il mondo, la sua festa il 22 maggio. E migliaia sono quelli che da ogni parte d’Italia si muoveranno per raggiungere la città umbra, pregare e rendere omaggio a santa Rita. Lei, la “Santa degli impossibili”, figura universale di pace, perdono e speranza, capace ancora oggi in grado di toccare l’animo dell’uomo moderno.

“Santa Rita continua a parlare al mondo perché ha vissuto fino in fondo il dolore umano senza lasciare che diventasse odio”, afferma suor Maria Grazia Cossu, Madre Badessa del Monastero di Santa Rita da Cascia. “Oggi più che mai sentiamo il bisogno della sua testimonianza. In un mondo ferito da guerre, divisioni e violenza, Rita ci ricorda che il perdono non è debolezza, ma una forza capace di cambiare la storia delle persone e delle comunità”.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

La storia di questa santa continua infatti a interpellare il mondo. Santa Rita, al secolo Margherita Lotti, nacque a Roccaporena tra il 1371 e il 1381, in un’epoca segnata da tensioni politiche e rivalità familiari. I genitori, Antonio e Amata, erano conosciuti come “pacieri” del territorio. Rita cresce in questo clima, osservando i genitori impegnati a ricomporre conflitti e a ricucire rapporti difficili e spesso spezzati. È un apprendistato silenzioso che segna profondamente la sua visione del mondo: la pace, per lei, non sarà mai un concetto astratto, ma un lavoro quotidiano.

Sposa, da giovane, Paolo di Ferdinando di Mancino, uomo dal carattere deciso e inserito nelle dinamiche politiche del tempo. La loro vita familiare è fatta di fatiche e tenerezze, di differenze e compromessi, nel tentativo di tenere insieme casa e relazioni e di trasformare la quotidianità in un luogo di crescita.

Il dramma arriva all’improvviso: Paolo viene assassinato nei pressi del “Mulinaccio”, vittima di una vendetta legata alle tensioni tra fazioni. Rita accorre, ma può solo raccogliere il suo ultimo respiro. In un gesto che rivela tutta la sua lucidità, nasconde la camicia insanguinata per impedire ai figli di alimentare la spirale dell’odio. È un atto di coraggio civile, prima ancora che spirituale: interrompere la catena della violenza, anche quando il dolore è personale e bruciante.

La morte dei due figli, avvenuta poco dopo, la lascia sola. È un vuoto che potrebbe schiacciarla, ma che per Rita diventa un varco. Decide di entrare nel monastero di Santa Maria Maddalena a Cascia, un desiderio che coltivava da tempo. Ma il suo ingresso non è semplice: incontra resistenze, pregiudizi e ostacoli. Lei, però, non si tira indietro. È una donna determinata, una donna di preghiera, profondamente devota a Sant’Agostino e a San Nicola da Tolentino, allora beato. Questa determinazione la sostiene nel cammino verso la vita religiosa.

In monastero vive un’esistenza di intensa interiorità. È una presenza discreta ma incisiva: si dedica alla preghiera, al servizio e alla cura delle sorelle. È qui che riceve il segno della spina sulla fronte, una ferita che la accompagnerà per anni e che diventerà simbolo della sua partecipazione alla Passione di Cristo.

(Foto: Monastero Santa Rita, Cascia)

Negli ultimi mesi di vita, ormai gravemente malata, Rita chiede un segno: sapere se le sue preghiere per la pace nella sua famiglia siano state ascoltate. Una parente, recatasi a Roccaporena in pieno inverno, trova una rosa sbocciata e gliela porta. Quel fiore fuori stagione diventa un’icona universale: la rosa di Rita, simbolo di speranza contro ogni logica, promessa che la grazia può fiorire anche nei momenti più duri.

Si racconta anche che, durante il periodo del noviziato, la Madre Badessa, per provare la sua umiltà, le abbia comandato di piantare e innaffiare un arido legno. Lei obbedisce e il Signore la premia facendo fiorire una vite rigogliosa. È per questo che la vite è il simbolo della pazienza, dell’umiltà e dell’amore di Rita verso le sue consorelle e, più in generale, verso l’altro.

Ancora oggi, la testimonianza di questo prodigio è, per tutti i fedeli, la vite di Santa Rita. Quella che si vede oggi nel chiostro del monastero non è la stessa della tradizione: risale a più di duecento anni fa. Nonostante ciò, continua a rappresentarne il forte valore simbolico.

Rita muore nel 1457. Da allora, numerosi miracoli avvenuti per sua intercessione vengono raccolti nel Codex miraculorum. Nel 1626 arriva la beatificazione e nel 1900 la canonizzazione, anche se il suo culto era già ampiamente diffuso e lei era ormai conosciuta come la “santa degli impossibili”.

Una figura che continua a esercitare un fascino particolare perché parla a un mondo che, pur cambiato, resta ferito da molti conflitti. Rita parla di pace e perdono in un tempo che esalta l’individualismo e in un mondo che teme il dolore. Insegna che anche le ferite possono diventare luoghi di luce. La sua rosa, sbocciata contro ogni previsione, continua a raccontare che nulla è davvero impossibile per chi sceglie l’amore.