Stiloso e brillante, ma anche molto di più. Torna al cinema dopo vent’anni la commedia “Il diavolo veste Prada 2”, e sorprende non solo per la sua copertina patinata o per i suoi interpreti, Meryl Streep in testa, ma anche per il suo cuore tematico: una riflessione sul cambiamento della professione giornalistica, tra crollo delle vendite dei cartacei e minacce dell’IA. Un tema serio, di stringente attualità, declinato in chiave pop-seducente, tra costumi sgargianti, location sofisticate e attori in parte. Negli stessi giorni è nelle sale anche il nuovo film del decano del cinema italiano Pupi Avati, “Nel tepore del ballo”, una riflessione dolceamara su vita e mondo dello spettacolo.
“Il diavolo veste Prada 2” (Cinema, 29 aprile)
Il primo film del 2006, costato una trentina di milioni di dollari, ne ha incassati oltre trecento, diventando una delle commedie hollywoodiane di maggior successo degli anni Duemila. È “Il diavolo veste Prada” diretto da David Frankel, basato sull’omonimo romanzo di Lauren Weisberger, una commedia romantica ma anche racconto di formazione su una giovane stagista al primo incarico professionale. Il film ha lanciato definitivamente la carriera dell’allora ventenne Anne Hathaway e reso ancora più iconica quella della tre volte premio Oscar Meryl Streep. Nel 2026 esce nelle sale “Il diavolo veste Prada 2”, diretto sempre dallo stesso regista e con tutto il cast originario, targato Disney. Una semplice reunion in cerca di un nuovo solido incasso? No, qualcosa di più: un sequel ben ponderato, tra regia e scrittura (il copione è sempre di Aline Brosh McKenna) che si muove certo nel binario della commedia brillante, ma con carattere, mettendo a tema il mondo del giornalismo oggi.
La storia. New York, Andy Sachs è cresciuta. Ormai è una giornalista di successo, premiata per le sue inchieste; purtroppo, però il giornale per cui lavora taglia il suo posto e quello di tanti altri colleghi per convertirsi ad articoli elaborati con l’IA. Riceve poi un’offerta inaspettata: tornare nella redazione del magazine di moda “Runway” dove aveva lavorato vent’anni prima come assistente della temibile Miranda Priestly. Andy è chiamata a riposizionare la rivista con articoli di spessore dopo uno scandalo che ha colpito il giornale…
“Alla fine del primo film – ha commentato il regista – i personaggi avevano preso strade diverse e, francamente, non volevamo realizzare un sequel se non fosse stato plausibile riunirli. Poi, il mondo del giornalismo cartaceo è cambiato. Il mondo è cambiato. Per mettere le cose in prospettiva, il primo iPhone è uscito soltanto un anno dopo l’uscita del primo film e penso che quello sia stato in qualche modo l’inizio della fine. E mentre vedevamo il mondo del giornalismo cartaceo sempre più in declino (…) ci sembrava sensato esplorare questo cambiamento”. Frankel chiarisce bene il cuore del film. Al di là del gradevole vortice di moda, costumi stravaganti, musiche pop (tra gli artisti coinvolti Lady Gaga) e location di grande fascino – una lunga sequenza a Milano, tra Cenacolo, piazza del Duomo e quartiere Brera –, ma anche battute ironico-taglienti, “Il diavolo veste Prada 2” sorprende proprio per la riflessione sul giornalismo.
Andy e Miranda, un tempo allieva e (cattiva?) maestra, ora si trovano alleate sullo stesso lato del campo, e la temibile direttrice mostra persino sponde di umanità e buonsenso: il comune obiettivo è salvare la rivista per cui lavorano, ma soprattutto custodire la professione giornalistica dall’annacquamento da like, TikTok e dalle sirene dell’IA. Oltre all’avvolgente glamour, nel film trova dunque spazio una riflessione velata di malinconia su dove stia andando il giornalismo e quale sia il suo posto nella società: l’opera di Frankel scommette comunque su un orizzonte di possibilità. Nell’insieme, “Il diavolo veste Prada 2” funziona su molti fronti, un sequel riuscito: ben scritto, diretto e interpretato, godibile a livello spettatoriale. Consigliabile, brillante, per dibattiti.
“Nel tepore del ballo” (Cinema, 30 aprile)
“La vicinanza dell’altro è un bene prezioso ma te ne rendi conto troppo tardi, quando quel bene se ne è già andato e quel tepore non lo avverti più, però lo ricordi e ti rimane dentro”. Così Pupi Avati tratteggia il suo nuovo film “Nel tepore del ballo”, scritto a quattro mani con il figlio Tommaso, una riflessione malinconica su una crisi professionale ed esistenziale. Avati come sempre è un fine tessitore di racconti giocati tra le stanze degli affetti familiari e le radici della memoria, con uno stile di regia tra commedia gentile e mélo venato di poesia. E come sempre si circonda di un cast corale di qualità: Massimo Ghini, Isabella Ferrari, Giuliana De Sio e Lina Sastri.
La storia. Roma, Gianni è un popolare conduttore tv. Mentre sta rilasciando un’intervista a “Porta a porta” viene arrestato per frode. Il suo mondo di luci e successi va in frantumi. Appena uscito di prigione, in attesa di giudizio, insieme al fidato assistente Morè torna nella sua città natale Jesolo dove riprende in mano la vita che resta e i ricordi di un’infanzia senza genitori. La chiamata di una collega gli fa sperare di poter tornare alla ribalta, ma il prezzo è salato…
Da decano del cinema italiano, Pupi Avati è un autore che si apprezza per il suo continuo desiderio di racconto di storie di fragilità umana e resilienza; storie dove trovano posto sentimenti, legami familiari e memoria del passato. Qui il protagonista, ben cesellato da Ghini, perde tutto, ma ritrova la forza di ripartire riascoltando un vecchio nastro dove risuona dolce, calda, la voce di una madre mai conosciuta. Gianni si aggrappa a quella traccia familiare, decidendo di non lasciarsi andare più a una corruzione professionale e morale. Una caduta sì, ma forse anche una ripartenza. Un film imperfetto, ma illuminato dallo sguardo elegante e malinconico di Avati. Consigliabile, poetico, per dibattiti.

