Iran. Dal carcere di Evin alle piazze dell’Iran: il fotoreporter iraniano Deghati racconta il regime e le sue crepe

Mezzo secolo di storia: rivoluzioni, guerre, repressioni e speranze. Due volte vincitore del World Press Photo, il fotoreporter iraniano Manoocher Deghati arriva a Ravenna per raccontare, in prima persona, ciò che ha visto e vissuto: dal carcere di Evin alle crisi del Medio Oriente, fino a uno sguardo lucido sull’Iran di oggi e sul futuro oltre il regime. Il settimanale della diocesi di Ravenna-Cervia lo ha intervistato.

Manoocher Deghati con la moglie Ursula. (Foto F. Zanotti)

Ha fotografato la rivoluzione iraniana del ’78, la guerra in Afghanistan e quella in Iraq. Ha vinto due volte il World press photo. Documentato il colpo di Stato in Nicaragua, non luoghi come il carcere iraniano di Evin, le primavere arabe. E oggi sarà Ravenna, al Mar alle 17,30, per un incontro dal titolo “Eyewitness. Ho visto. Mezzo secolo di storia attraverso l’obiettivo” che fa parte del calendario degli appuntamenti del Festival delle Culture.

Scene di guerra e bellezza dentro l’obiettivo. È un pezzo di storia del fotogiornalismo Manoocher Deghati, iraniano, scappato dal regime degli Ayatollah nell’86. Uno di quelli che ha visto ed inquadrato le peggiori scene di guerra degli ultimi 50 anni, rischiato la vita per due pallottole di cecchini israeliani, fotografato tutto il Medio Oriente. Ma oggi riesce a sorprendersi per la bellezza struggente dell’Italia e del nostro territorio. Domani visiterà i monumenti Unesco della nostra città, ieri è stato accolto nell’azienda agricola Travasoni di Sant’Alberto dopo un giro nel Parco del Delta del Po, accompagnato dal fotoreporter Giampiero Corelli di Risveglio 2000 (https://risveglioduemila.it/) che modererà l’incontro di oggi. “Ho smesso di lavorare nel 2014. All’epoca ero il responsabile dei servizi per Associated press di tutto il Medio Oriente, dall’Afghanistan alla Libia. Non ho dormito per quattro anni. Poi mi sono trasferito in Puglia dove io e mia moglie Ursula abbiamo un trullo. E da allora stiamo scoprendo questo Paese magnifico. L’Italia ha ricchezze immense, soprattutto nelle persone che la abitano”.

Fotografia, “un linguaggio universale”. Non passa il tempo ad ascoltare i racconti dei suoi reportage, quando per spedire una foto, nel Sud America degli anni ’80, servivano 18 ore, un fax poco portatile e l’unica linea intercontinentale del Paese. Quando le camere d’albergo si trasformavano in camere oscure e imparavi a riconoscere la presenza dei servizi segreti nelle tue telefonate attraverso un’interferenza caratteristica. “Ho sempre creduto nella fotografia – spiega in una intervista concessa a Risveglio Duemila, settimanale diocesano di Ravenna-Cervia – perché è un linguaggio universale. Tutti lo capiscono, e sta diventando sempre più importante. Quando scatti, viene fuori un documento che tutto il mondo può vedere”. Ha in mente le foto che gli hanno fatto vincere il World press photo: quella di un gruppo di prigioniere politiche nel carcere di Evin. In fila, con il velo nero, destinate dopo pochi giorni all’esecuzione. O un gruppo di mullah iraniani, in una luce surreale, che al confine con l’Iraq discutono di guerra con un pozzo petrolifere all’orizzonte.

(Foto ANSA/SIR)

Iran, è questione di tempo. Oggi per il suo Paese ha delle speranze, anzitutto quella di tornare. “Questo regime non sopravviverà – dice -. È questione di tempo”. Il 90% della popolazione desidera un cambio, racconta, ma non sono le proteste che rovesceranno gli Ayatollah. “La guerra sta indebolendo il regime, già oggi arrivano milizie da altri Paesi per gestire la repressione. È questione di tempo. Tutti coloro che sento in questo periodo nel mio Paese mi dicono: ‘Preferisco morire sotto una bomba americana piuttosto che per le torture dei pasdaran’”. Speriamo arrivi l’ultima alternativa: vivere, oltre il regime.

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